Che c’entrano le Regioni con le istanze ecologiste e pacifiste?
In occasione delle prossime elezioni dei consigli regionali, ho notato una certa timidezza da parte degli esponenti dei movimenti ambientalisti e pacifisti nel presentare ai candidati dei vari partiti istanze più specifiche, come se amministrare le Regioni o comunque far parte degli organismi consiliari – cui da decenni è riconosciuta una funzione non solo deliberativa ma pienamente legislativa in alcune materie – non avesse molto a che vedere con le loro specifiche vertenze.
Da attivista ecopacifista ed esponente locale e nazionale di un’associazione ambientalista che si muove da tempo su questa linea, vorrei controbattere la tesi secondo la quale gli Enti Regionali non avrebbero particolari competenze in tali materie, e quindi per coloro i quali si candidano alle prossime elezioni non avrebbe senso esprimersi su simili questioni, peraltro abbastanza scottanti e non particolarmente ‘popolari’.
Eppure in una regione come la Campania sappiamo tutti che lo scempio del territorio è largamente frutto di pratiche di cementificazione, di abusivismo edilizio e d’inquinamento delle varie matrici ambientali (aria, acqua, suolo). Eppure ai meno disattenti non dovrebbe sfuggire che non solo l’abusivismo edilizio ma anche la mancata pianificazione urbanistica del territorio campano ha finora dato vita a veri e propri ecomostri, Perfino la nuova legge urbanistica approvata dal Consiglio Regionale– paradossalmente proprio in nome della ‘rigenerazione’ e della tutela ambientale – sta di fatto aprendo nuovi spazi al saccheggio del territorio e alla sua ulteriore cementificazione, a danno delle risorse agricole e della tutela degli ecosistemi.
Lo hanno denunciato le associazioni ambientaliste ma anche autorevoli architetti, urbanisti, sindacalisti ed esponenti della società civile, elaborando e proponendo un’articolata proposta alternativa, chiamata non a caso ‘l’Altra Legge’, che mira ad un reale ‘governo del territorio’, per salvaguardare i delicati equilibri ecologici oltre che la legalità e la vivibilità.
La gestione del territorio va sottoposta a ‘servitù militari’?
Eppure, come denunciano le organizzazioni pacifiste, in Campania registriamo da decenni il territorio ed il mare tra i più militarizzati, gravati come sono da una quantità di servitù militari. Io stesso me ne sono ripetutamente occupato in vari contributi relativi a tale Campania Bellatrix e sempre meno Felix, mettendo in evidenza la presenza ingombrante ed assurdamente insindacabile di strutture ed impianti appartenenti non solo alle forze armate italiane, ma anche alla NATO e alla US Navy, di cui la Città Metropolitana di Napoli ‘ospita’ i relativi Comandi strategici, con evidenti ricadute negative, oltre che sull’ambiente e la salute, anche sulla stessa sicurezza delle comunità residenti.
Qualcuno obietterà ancora che le Regioni non hanno specifiche competenze in proposito, ma sbaglierebbe, poiché – ai sensi dell’art. 320 del Dlgs 66/2010 o ‘Codice dell’Ordinamento Militare’, nell’ambito del Titolo VI (“Limitazioni a beni e attività altrui nell’interesse della difesa”), presso ogni Regione opera già un Comitato misto paritetico, relativo alla normativa nazionale che impone limiti diretti al diritto di proprietà insistente su aree limitrofe ad opere permanenti o semi-permanenti di difesa. Il successivo art. 322 dello stesso testo legislativo, infatti, affidava a tale organismo l’esame dei programmi delle installazioni militari. Nella nostra Regione, ad esempio, si tratta dell’Ufficio speciale 304 00 00 – Legalità e Sicurezza integrata, Sistemi territoriali, Immigrazione (dirigente: Ciro Russo), che, tra l’altro, “cura gli adempimenti amministrativi connessi all’assolvimento degli obblighi derivanti dall’ordinamento militare e servitù militari”.
La normativa che disciplina le servitù militari è già molto restrittiva e tende ad oltrepassare le normative regionali in materia di ambiente, in nome delle esigenze prioritarie della ‘difesa’. Purtroppo – come è stato denunciato dall’Assessore competente della Regione Sarda (v. articolo) ma colpevolmente ignorato dai nostri politici – la proposta di legge n. 1887, a firma della deputata P. M. Chiesa (F.d.I.), all’esame della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, intende introdurre ulteriori e rilevanti modifiche al Codice dell’Ordinamento Militare.
Le esigenze della ‘difesa’ prevalgono su quelle dei cittadini?
In effetti, si sottolinea nell’articolo citato, tale modifica “rischia di subordinare, in modo indeterminato, l’efficacia delle normative regionali a una valutazione discrezionale e unilaterale da parte dello Stato. Particolarmente allarmante è la previsione secondo cui i siti militari e le aree addestrative permanenti verrebbero assimilati ai siti industriali dismessi. Una simile equiparazione comporterebbe, nei fatti, l’adozione di soglie di contaminazione del suolo più elevate – ad esempio metalli pesanti, idrocarburi o esplosivi residui – rispetto a quelle previste per uso residenziale o agricolo, riducendo le garanzie di tutela ambientale e sanitaria per la popolazione e per gli ecosistemi […] Un ulteriore motivo di preoccupazione è rappresentato dalla disposizione che subordina alla previa autorizzazione dello Stato Maggiore della Difesa l’apposizione di vincoli ambientali e paesaggistici da parte delle Regioni”.
Eppure nessuno ne parla, ma non può sfuggire che, proprio in un momento in cui l’attuale governo intende estendere le competenze regionali in nome dell’autonomia gestionale, approvando quei due brevi emendamenti alla normativa vigente, lo Stato esproprierebbe totalmente gli Enti regionali della loro facoltà di salvaguardare gli equilibri ecologici del proprio territorio, apponendo vincoli alla realizzazione di strutture potenzialmente incompatibili con essi. L’ultima parola su tali eventuali conflitti tra esigenze ambientali e militari, infatti, spetterebbe dunque direttamente “allo Stato maggiore della Difesa”, bypassando ogni potere di controllo amministrativo e politico degli organi democraticamente eletti.
Mare risorsa comune oppure privatizzata e militarizzata?
Da ecopacifista – fin dagli anni ’70 impegnato come ricercatore, educatore e attivista nelle organizzazioni nonviolente ed antimilitariste ed attualmente Presidente dello storico Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR Italia) – ritengo davvero preoccupante una simile ed ulteriore militarizzazione del nostro territorio, sempre più sottratto a controlli ambientali ed a legittimi vincoli socio-economici.
Bisogna inoltre denunciare la persistente ed allarmante presenza in Campania di ben due porti nuclearizzati (Napoli e Castellamare di Stabia), per la cui sicurezza si è fatto finora poco o nulla, nella totale opacità dei piani di protezione civile pur vigenti da decenni. Sull’esigenza di trasparenza ed informazione dei cittadini, infatti, si è battuto il Comitato Pace e Disarmo Campania (cui da lungo tempo aderiscono, in chiave ecopacifista, sia il Circolo di Napoli di V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), sia la sede di Napoli del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione), pubblicizzando il già secretato Piano di Emergenza Esterna del Porto di Napoli e premendo sulle istituzioni, a partire dal Comune, per una sua effettiva attuazione.
Come tacere, infine, del fatto che perfino i nostri splendidi litorali sono stati da tempo sottratti per il 60% alla fruizione pubblica, riservandone addirittura alcuni all’esclusivo utilizzo del personale delle forze armate, con ben 7 spiagge militari? (vedi in proposito il mio articolo sulla rivista Nuova Verde Ambiente n.2/2023, p.32 ed il comunicato stampa VAS Napoli di ottobre 2025). Anche della meritoria mobilitazione di comitati civici ed associazioni ambientaliste per rivendicare il diritto di tutti i cittadini a godere della risorsa-mare ed a vederla protetta da ogni forma d’inquinamento e degrado ecologico, in questa campagna elettorale si è parlato troppo poco, come se la Regione dovesse occuparsi d’altro. Ecco perché, da ecopacifisti, facciamo appello alle forze politiche affinché invece tengano opportunamente conto del ruolo che essa può e deve avere per scongiurare un’ulteriore sottomissione del governo del territorio alle discutibili esigenze della ‘ragion bellica’.
Abbiamo da non molto appreso dai comunicati stampa del Comitato Nazionale Neapolis 2500 il programma degli eventi che ben due organismi organizzatori (uno nazionale e l’altro cittadino) hanno partorito per celebrare la capitale del Meridione d’Italia. La nostra città è stata definita sui manifesti ora Napoli Millenaria (con un originalissimo gioco di parole), ora Napoli Musa (simboleggiandola graficamente con una enne ondeggiante, il logo-concept della kermesse in onore della città neogreca, in realtà molto più antica di due millenni e mezzo). La notizia più sorprendente – e per alcuni sconvolgente – è però che ad aprire in pompa magna questa programmazione celebrativa sarà un evento molto particolare: il vertice della NATO sulla sicurezza nel Mediterraneo.
«Ad inaugurare il programma, su iniziativa del vicepremier e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, la riunione a Napoli del 26 e 27 maggio di alti funzionari dell’Alleanza atlantica e dei paesi partner della sponda sud del Mediterraneo e del Golfo. “Napoli, sede di un importante Comando Nato e della VI Flotta USA, si conferma nuovamente al centro del dialogo sulle dinamiche di sicurezza, che interessano la stabilità e la prosperità del Mediterraneo allargato. Oltre 130 ospiti internazionali provenienti da 48 Paesi e organizzazioni internazionali, animeranno la due giorni, contribuendo alla riflessione per affrontare congiuntamente le sfide e le minacce comuni nel fianco sud dell’Alleanza». [i]
Ebbene sì. La prima brillante iniziativa il governo ha pensato per fare la festa a Napoli – definita nello Statuto ‘Città di Pace’ [ii] e medaglia d’oro per essersi liberata autonomamente dalla feroce occupazione nazista – è un summit di ministri e generali, per ricordarci che da 74 anni abbiamo il grande onore di ospitare a Giugliano il Comando Integrato euro-mediterraneo dell’Alleanza Atlantica (JFC Naples) e, a due passi dall’Aeroporto Civile di Capodichino, anche quello euro-africano della Marina degli Stati Uniti (U.S. Naval Forces Europe and Africa / U.S. Sixth Fleet ), i cui rispettivi comandanti, casualmente, coincidono nella stessa persona.
Più che con le candeline, dunque, il compleanno di Napoli sembrerebbe iniziare col botto di esplosivi candelotti atlantisti, spacciati per festosi tricche-tracche. Questo inopportuno esordio della rutilante celebrazione di Napoli Millenaria sembra infatti riportarci al cupo clima della eduardiana Napoli Milionaria. Una città minacciata di distruzione dalla ferocia nazista, devastata dai bombardamenti anglo-americani e colonizzata dai nuovi ed arroganti conquistadores, che vi hanno esportato la spietata logica del profitto, cominciando allora a cancellare la sua tradizionale solidarietà. Basta ripensare alle amare battute del protagonista di quel dramma civile, Gennaro Jovine, per comprendere quanto il previsto vertice napolitano dell’ultima alleanza militare stoni con la celebrazione d’una città da millenni simbolo di accoglienza, tolleranza e apertura alle altre culture.
«Che sacrileggio, Ama’…Paise distrutte, creature sperze, fucilazione…E quanta muorte… E lloro e ’e nuoste […] Chesta nun è guerra, è n’ata cosa… ’A ’sta guerra ccà se torna buone…Ca nun se vo’ fa’ male a nisciuno… Nun facimmo male, Ama’…Nun facimmo male…». [iii]
Si direbbe però che promotori e propagandisti di questo sconcertante evento inaugurale di Napoli Musa non abbiano affatto raccolto l’accorato appello eduardiano a smetterla per sempre con le carneficine, oggi sempre più tecnologiche ma per niente meno sanguinose. Nei comunicati ripresi dai media sembrano piuttosto inneggiare impudentemente alla NATO, una bellicosa alleanza militare presentata come presidio di ‘sicurezza, stabilità e prosperità’. Si preferisce apparire incredibilmente ignoranti (nel senso etimologico del termine) del disastroso cumulo di stragi umanitarie e devastazioni ambientali che sono il frutto dell’albero della guerra, come purtroppo constatiamo ogni giorno dai giornali o in diretta televisiva. Si mostra poi d’ignorare l’etimologia di quelle tre parole, usate a sproposito, perché è idealmente blasfemo e lessicalmente ossimorico attribuire ad una micidiale e pervasiva organizzazione militar-nucleare la capacità di produrre sicurezza (assenza di preoccupazioni), stabilità (una condizione di equilibrio) e prosperità (uno stato di sviluppo e benessere).
Ma Croce e Totò che ci azzeccano con la Nato?
Nel quadro delle celebrazioni di Napoli Millenaria, ancor meno comprensibile appare l’accostamento d’un vertice euro-mediterraneo dell’Alleanza Atlantica a due importanti eventi culturali, proposti come ‘omaggi’ rispettivamente a Benedetto Croce (settembre) e a Totò (ottobre). Nel primo caso si tratta d’un progetto ispirato «agli studi e alle riflessioni di Benedetto Croce e si propone di ricostruire la storia della toponomastica napoletana tra il XIX e il XX secolo, analizzando i cambiamenti avvenuti attraverso un atlante interattivo della città. Ne deriverà una ricostruzione di una vera e propria topografia morale della città, da condurre all’insegna del motto crociano secondo cui “ogni storia è sempre storia contemporanea» [iv]. Di Croce, quindi, si parlerà con un taglio piuttosto particolare, ma resta comunque sorprendente che gli organizzatori mostrino d’ignorare le posizioni del filosofo sulla guerra e l’inevitabile propaganda nazionalista che da sempre la sostiene e giustifica. Infatti, come sottolineava Giovanni Perazzoli in un suo articolo:
«Le ‘Pagine sulla guerra di Benedetto Croce sono percorse da una costernata presa d’atto dell’improvviso crollo della ragione davanti alla ‘propaganda patriottica’. Le tesi più assurde vengono credute, se soddisfano il nazionalismo. Croce era contrario all’intervento in guerra dell’Italia […] è sorpreso nel dover constatare la facilità con la quale gli uomini di scienza e di cultura sono corsi a mischiarsi alle frottole dei nazionalisti, come se si fosse aspettato che l’adesione alla causa della patria potesse essere distinta, negli uomini di scienza, dalla guerra guerreggiata […] Croce vede chiaramente che dal conflitto verranno sciagure enormi. Il 24 maggio 1918 scrive: “tutti coloro che dapprima si ostinavano ad impicciolire la realtà che avevano innanzi, sanno ora di che cosa si tratti. Né più né meno che delle sorti del mondo intero, che da questa guerra saranno determinate per secoli”…».[v]
Ad ottobre toccherà al grande Totò rappresentare l’irriverente vena della cultura napolitana, grazie ad un progetto che anche in questo caso “porta la firma di Pupi Avati e che coinvolgerà 20 delle 250 compagnie teatrali di Napoli, che per 24 ore ininterrottamente rappresenteranno il principe della risata”. [vi] Sta di fatto che inserire Totò in un calderone celebrativo da cui come primo piatto si è deciso di scodellare un vertice militarista si presta a commenti non proprio benevoli. Pochi comici, infatti, hanno ridicolizzato la retorica guerrafondaia più di lui, con effetti esilaranti e dissacranti ma anche con sintetici e geniali motti di spirito, come quello che ci ricordava che:
«il denaro fa la guerra, la guerra fa il dopoguerra, il dopoguerra fa la borsa nera, la borsa nera rifà il denaro, il denaro rifà la guerra. In guerra sono tutti in pericolo, tranne quelli che hanno voluto la guerra.” [vii]
Tutti ricordiamo, inoltre, i tanti film in cui Antonio de Curtis ha sbeffeggiato la tronfia prosopopea dei vertici militari ed i truci atteggiamenti bellicosi dei gerarchi fascisti, dalla versione cinematografica della citata “Napoli Milionaria!” a “I due colonnelli”; da “Letto e tre piazze” all’ormai proverbiale “Siamo uomini o caporali?”. E allora come potrebbe accogliere, la buonanima del Principe, la notizia di essere stato inserito in un programma che celebra Napoli proprio partendo da un vertice militarista? Probabilmente dedicando agli organizzatori un dissacrante e liberatorio pernacchio, oppure liquidandoli con la sua celeberrima: “Ma mi facciano il piacere!”.
Narrazioni militariste e risposte pacifiste
Fatto sta che l’idea di celebrare gli oltre due millenni e mezzo di Napoli Città di Pace iniziando con un assurdo summit atlantista ed amerikano poteva essere partorita solo dalla supinità di una classe politica invero piuttosto trasversale, che da decenni fa una bandiera del suo vassallaggio nei confronti della superpotenza statunitense. Quegli stessi sedicenti ‘liberatori’ che, col penoso pretesto di voler garantire la nostra sicurezza, dal dopoguerra continuano indisturbati nella loro ingombrante ‘protezione’, ma nei fatti occupano l’Italia con 120 basi e due comandi supremi della NATO, militarizzandone e nuclearizzandone territorio, mari ed i cieli. La millenaria storia della nostra metropoli, dolorosamente contrassegnata da numerose dominazioni straniere, evidentemente non ha insegnato nulla ai nostri governanti ed amministratori, che invece sembrano a loro agio nel ruolo di proconsoli degli ennesimi colonizzatori, venuti d’oltreoceano.
Nel prossimo mese di giugno si svolgerà a L’Aja (Paesi Bassi) un vertice ufficiale della NATO [viii], ma almeno il governo olandese non è ricorso a pretesti culturali per ospitarlo e, in quel caso, è subito scattata la macchina organizzativa d’un vivace contro-vertice antimilitarista, coordinata dalla “Rete Internazionale per Delegittimare la NATO” , al cui recente incontro internazionale online ho portato anche il mio contributo come MIR Italia. Nel suo condivisibile documento-appello si elencano quattro buoni motivi per respingere l’invadenza atlantica e la logica militarista: 1) rigettare l’agenda della dominanza e coercizione occidentale, che porta alla spirale della guerra e del riarmo, chiedendo invece il disarmo ed il bando degli armamenti nucleari; 2) affermare che l’ordine mondiale e la sicurezza comune possono essere fondati solo su pace, giustizia, equità, uguaglianza e sicurezza comune; 3) ribadire la necessità della cooperazione internazionale per affrontare i veri problemi globali, come la catastrofe climatica, la povertà, la crisi sanitaria e l’urgente bisogno di cibo sostenibile, acqua e risorse energetiche e 4) porre l’accento sulla necessità di un’architettura internazionale inclusiva per assicurare pace e sicurezza, basata su diplomazia, disarmo, giustizia sociale e sostenibilità ambientale. [ix]
Anche a Napoli, comunque, si cominciano a pianificare iniziative per denunciare l’assurdità del vertice NATO come evento simbolico per inaugurale gli eventi di Napoli Millenaria. Si parla d’un appello da sottoscrivere e di un’assemblea in piazza. Credo però che sia giunto il momento di superare i rituali delle solite manifestazioni ‘antagoniste’, provando finalmente a formulare proposte alternative comuni, in chiave antimilitarista e nonviolenta. Come MIR lanceremo già dal 15 maggio una campagna per l’obiezione di coscienza ad un servizio militare sempre più probabile, ma anche iniziative nazionali sulla difesa non armata, civile e nonviolenta e su un più complessivo progetto ecopacifista.
Ciò che va assolutamente contrastato, insomma, è il principio in base al quale dovremmo riarmarci sol perché ce lo chiede la NATO, l’Amministrazione USA oppure l’Europa. Per troppo tempo abbiamo permesso che i loro plenipotenziari ci ammonissero che dobbiamo ubbidire, poichè hanno avuto dai loro capi carta bianca. Un vero omaggio al nostro grande Totò sarebbe rispondergli proprio come faceva lui nel film “I due colonnelli”, sbottando in un sonoro ed irriverente: “E pulitevici il c**o!”.
[ii] Con l’articolo 3 dello Statuto, il Comune riconosce alla Città di Napoli il ruolo di “Città di Pace e. Giustizia” a vocazione mediterranea e solidaristica.
[iii] Eduardo De Filippo, Napoli Milionaria – Torino, Einaudi, 1973, p. 210
Quando intere classi di scuole elementari, medie e superiori della città metropolitana di Napoli sono state disinvoltamente accompagnate dai loro docenti e spesso dai rispettivi dirigenti, in discutibili ‘visite didattiche’ al Comando NATO di Giugliano-Lago Patria (JFC Naples), la realtà che gli si mostrata era ovviamente quella tecnologica, con avveniristiche attrezzature di controllo militare interforze, in un contesto trionfalisticamente presentato come un presidio difensivo alleato sempre più “snello, flessibile ed efficiente”.
Ma il Comando della NATO per l’Europa sud-orientale e mediterranea non è l’accattivante location di un sofisticato videogioco, la materializzazione di un wargame virtuale, ma piuttosto il luogo dove si decidono e coordinano operazioni ed esercitazioni che hanno a che fare col warfare, cioè con l’organizzazione di vere e proprie azioni di guerra. La presentazione sul suo sito web afferma che: “La missione del Comando Alleato Congiunto di Napoli è prepararsi, pianificare e condurre operazioni militari, al fine di preservare la pace, la sicurezza e l’integrità territoriale degli stati membri dell’Alleanza, attraverso l’area di responsabilità (AOR) del Comando Supremo per l’Europa ed oltre”. [ii]
Nello stesso testo si parla inoltre del compito di garantire ”stabilità, cooperazione e dialogo”. Si tirano in ballo addirittura la “Partnership per la Pace” ed il “Dialogo Mediterraneo”, ma la verità è che dietro queste belle parole si cela la distopica retorica orwelliana per cui “War is Peace”. Lo dimostra il fatto che la dichiarata missione difensiva si concretizza sempre più frequentemente in pesanti azioni militari ‘preventive’. È il caso anche di quella in corso tra gennaio e marzo 2025, denominata Steadfast Dart 2025 (“Freccia Ferma” sic!) che, si precisa: “fa parte di una serie di importanti esercitazioni NATO […] volte a mettere alla prova la capacità dell’Alleanza di rispondere alle crisi e rafforzare la sua posizione di deterrenza […] Attualmente sotto il comando del NATO Rapid Deployable Corps – Italy (NRDC-ITA), l’ARF è una forza multi-dominio ad alta prontezza progettata per un rapido dispiegamento nelle aree di crisi”. [iii]
Ma – a parte l’ossimoro di una ‘risposta preventiva’ – è davvero poco credibile anche da ragazzini delle scuole medie che pace, sicurezza e stabilità ci siano garantiti dalla NATO dispiegando in Bulgaria – e in una fase internazionale particolarmente delicata – una poderosa forza armata anglo-spagnola, comprendente 10.000 uomini, 1.500 veicoli militari, oltre 20 apparecchi aerei e 17 navi. Peccato però che nessuno glielo abbia spiegato nel corso di quelle assurde ‘gite scolastiche negli impianti militari. Così come ai giovani di Napoli e alle loro famiglie nessuno – a parte una sparuta pattuglia d’incalliti pacifisti – ha raccontato cosa diavolo ci faceva a fine gennaio un altro sottomarino USA a propulsione nucleare nel nostro porto (in teoria ‘denuclearizzato’). Tutto ciò nella reticenza istituzionale ed in barba a sicurezza e pace di un milione di napolitani cui nessuno ancora ha avuto il coraggio di spiegare che, come se non bastasse il rischio sismico e vulcanico, sulla loro testa pende anche quello derivante da un potenziale incidente con gravissime conseguenze, che la cittadinanza non è stata affatto preparata a fronteggiare, sebbene da 20 anni sia in vigore un Piano di Emergenza che nessuno ha pubblicizzato né messo davvero in pratica, con la solita scusa del segreto militare.
Solo ai primi di febbraio qualche giornale ha riferito quella sconcertante notizia ed ha ripreso l’allarme lanciato dal Comitato Pace e Disarmo Campania [iv], mentre non è trapelato – l’ancor più sconcertante motivo di quella strana ed improvvisa ‘visita’ sottomarina. Incrociando la fonte NATO con quella del Comando della U.S. Navy per l’Europa e l’Africa (l‘U.S. Naval Forces Europe and Africa / U.S. Sixth Fleet, che ha il suo quartier-generale proprio a Napoli), non è stato difficile scoprire che dietro la misteriosa incursione del sottomarino nucleare c’era probabilmente la cerimonia di passaggio di consegne tra il vecchio ed il nuovo Comandante della 6^ Flotta statunitense, che si è svolto proprio il 31 gennaio scorso.[v] La nostra Capitaneria di Porto, emanando giorni prima due ordinanze [vi], si sarebbe limitata a fungere da controllore dell’ingombrante e delicato traffico navale di natanti e ‘piattaforme’ militari tra la Portaerei ammiraglia USS Mount Withney, ancorata nel porto di Gaeta, ed il Comando di Capodichino della U.S. Navy, bloccando per 24 ore (dalle 16 del 30 alle 16 del 31 gennaio) navigazione e sosta entro 100 metri dalla Motonave Seaway Albatross a tutti i natanti civili. Nella seconda ordinanza, dalle ore 7 alle 17 del 31/1 si vietava anche il transito a qualsiasi nave nel raggio di 2000 metri dalla “citata unità navale”, sempre senza alcuna plausibile spiegazione.
Dai burocratici e criptici messaggi della nostra Autorità portuale si avverte insomma solo un’allerta imposto, ma di tale situazione non sembra che le stesse autorità civili siano state messe al corrente, come prevedrebbe invece il richiamato Piano di Emergenza Esterna del Porto di Napoli. [vii] I responsabili politici e militari si sono da sempre sbracciati a dichiarare che nessun vero pericolo deriva dalla occasionale presenza nelle nostre acque di natanti a propulsione nucleare e che quindi il rischio d’incidenti è pressocché nullo. Curiosando sul sito web ufficiale della Sesta Flotta, però, sono invece venuto a conoscenza di un grave episodio, di cui solo pochi media, fra cui il Fatto Quotidiano, hanno fatto cenno. Da uno stringato comunicato della Marina Militare USA, infatti, apprendiamo che: “La portaerei classe Nimitz USS Harry Truman (CVN 75) è stata coinvolta in una collisione col mercantile Besiktas-M alle 23,46 ca. del 12 febbraio, mentre operava nelle vicinanze di Port Said, Egitto, nel Mar Mediterraneo. La collisione non ha provocato danni alla H. Truman e non si riferisce di allagamenti o infortuni.Gli impianti di propulsione non sono interessati e sono in condizioni stabili e sicure. L’incidente è sotto inchiesta.” [viii]
Si tratta di una sonora smentita alla sbandierata impossibilità che natanti militari a propulsione nucleare possano andare incontro ad incidenti anche gravi. Il fatto che la gigantesca portaerei Truman sia entrata in collisione in un porto egiziano con una nave mercantile – nonostante tutte le prevedibili attrezzature di avvistamento e prevenzione – non ci rassicura affatto, ma anzi riapre drammaticamente la questione della minaccia di questi mostruosi natanti militari per la tranquillità e la salute di coloro che dichiarano di voler difendere. Ma chi ci difenderà da loro?
Ê da poco (21 settembre) che abbiamo celebrato la Giornata internazionale della Pace[i], ricordando con iniziative pubbliche i valori ed i metodi della nonviolenza attiva, sebbene quotidianamente sommersi dalle ‘cattive novelle’ di nuovi bombardamenti, scontri sanguinosi, catastrofi umanitarie e devastazioni ambientali. Ecco perché la liturgia della domenica successiva è risuonata ancora più significativa, già ascoltando i versetti della prima lettura («Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta…» Sap. 2:12), ma soprattutto quando ci ha riproposto di seguito un brano che trovo particolarmente attuale ed efficace, tratto dalla lettera di Giacomo:
«Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia. Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.» (Gc. 3,16-4,3).
Immersi come siamo nelle complesse analisi politologiche e nelle approfondite ricerche sull’origine e le dinamiche delle guerre – di cui si alimentano scientificamente i peace studies – queste poche ma essenziali frasi, scritte due millenni fa dall’apostolo Giacomo il Giusto [ii], potrebbero forse apparire moralistiche o comunque semplicistiche. Credo invece che andrebbero ben ponderate, proprio per cercare di comprendere la fratricida logica della violenza e della guerra. Ovviamente serve anche una lettura più attenta ed accurata dei brani citati, avvalendoci del supporto filologico del testo originale in lingua greca, in modo da cogliere la radice semantica di alcune parole-chiave.
Alle radici della violenza
Secondo Giacomo, all’origine dell’aggressività distruttiva, ci sono fondamentalmente due diffusi atteggiamenti mentali (la ‘gelosia’ e lo ‘spirito di contesa’), capaci di suscitare le ‘passioni’ che, a loro volta, provocano ‘guerre eliti’. Scendendo in profondità nella psiche umana, l‘apostolo sembra poi individuarne due moventi ben precisi: da un lato il ‘desiderio di possedere’, spesso frustrato, dall’altro la frequente tendenza a cercare un modo sbrigativo per ‘ottenere’ ciò che si desidera, e che quindi ci rende ‘invidiosi’. Ebbene, tutti questi termini assumono un senso più preciso e completo se li raffrontiamo con le parole greche originali e le loro rispettive radici etimologiche.
Ciò che è stato tradotto con ‘gelosia’, ad esempio, corrisponde al vocabolo greco ζῆλος (zèlos), che ha un significato molto vario e sfumato, che va da ‘eccitamento della mente, ardore, fervore (a favore di qualcuno oppure contro qualcosa)’ a ‘rivalità invidiosa e polemica’ e, appunto, ‘gelosia’ [iii]. In ogni caso, la radice della parola indica che si tratta di un’emozione forte, bruciante, che fa ribollire in sangue e spinge ad agire d’impulso. [iv] L’altro termine, reso con ‘spirito di contesa’ (o, in altre versioni, con ‘conflitto’ ‘faziosità’ o ‘partigianeria’) traduce ἐριθεία (erithéia),vocabolo greco dal senso altrettanto variegato, che suggerisce comunque il perseguimento di modalità di soluzione dei conflitti poco pulite, intriganti e palesemente di parte. Mentre nel primo caso l’aggressività origina da un’emozione, nel secondo si tratta di un atteggiamento deliberato, volutamente polemico e fazioso. Entrambi però, secondo Giacomo, alimentano quelle “passioni che fanno guerra nelle (nostre) membra”, espressione che in nell’originale era: “Πόθεν πόλεμοι καὶ μάχαι ἐν ὑμῖν οὐκ ἐντεῦθενἐκ τῶν ἡδονῶν ὑμῶν τῶν στρατευομένων ἐν τοῖς μέλεσιν ὑμῶν”, laddove il termine greco ἡδονή (hedoné)indica i desideri istintuali, smodati, legati al piacere. Sono loro che “combattono” (il verbo originale è στρατεύω / stratèuo) dentro di noi prima ancora di manifestarsi violentemente all’esterno, sotto forma di “πόλεμοι καὶμάχαι”, tradotto in italiano con “guerre e liti”. In effetti, πόλεμος (pòlemos) – equivalente all’ebraico מִלְחָמָה (milchamà) – indica il vero e proprio conflitto bellico, cioè la guerra[v], mentre μάχη (màche) è un termine più generico, rendibile con: combattimento, lotta, battaglia, controversia [vi]. In ogni caso, questi conflitti violenti, sostiene affondano la loro radice già dentro di noi ed è là che vanno individuati, per cercare risposte alternative, che non si limitino a non essere distruttive, ma costruiscano relazioni pacifiche.
Come si costruisce la pace
Nella prima parte del brano citato della lettera, Giacomo ci suggeriva come superare lo stato di ‘disordine’ ed ‘ogni sorta di cattiveazioni’,provocate appunto da ‘gelosia e spirito di contesa’. Nel testo originale greco le prima delle due parole-chiave è ἀκαταστασία (akatastasìa),traducibile con: “instabilità, stato di disordine, disturbo, confusione, tumulto”.[vii], mentre la seconda espressione “πᾶν φαῦλον πρᾶγμα” (pàn phàulon pragma) caratterizza questo genere di azioni con un aggettivo greco che significa sostanzialmente “eticamente cattivo, malvagio” [viii], ma anche “ordinario”, “comune”, quasi a sottolineare un’innata e diffusa tendenza umana alla cattiveria.
Ma per costruire l’alternativa di pace ad un mondo di violenze e guerre – afferma Giacomo – non serve la σοφία (sophìa), cioè una saggezza puramente umana, classificata come “terrena, animale, diabolica” (per mutuare la traduzione latina nella Vulgata degli aggettivi greci “ἐπίγειος ψυχική δαιμονιώδης”). La vera Sapienza, invece, ci “viene dall’alto” (ἄνωθεν κατερχομένη) ed ha precise caratteristiche, puntualizzate da sei aggettivi greci: ἁγνός – εἰρηνικός – ἐπιεικής –εὐπειθής – ἀδιάκριτος – ἀνυπόκριτος. Solo questi atteggiamenti e comportamenti, infatti, possono essere all’origine di quei ‘frutti buoni’ (καρπῶν ἀγαθῶν) che noi chiamiamo pace. Ma, etimologicamente parlando, a che cosa si riferiscono con precisione questi sei attributi?
ἁγνός (agnòs) si può tradurre con: sacro, puro, casto, incontaminato, innocente[ix];
εἰρηνικός (eirenikòs) è ancora più trasparente, indicando appunto l’essere pacifico, amante della pace ma soprattutto apportatore di pace[x];
εὐπειθής (eupeithés) ha il duplice significato di docile, ubbidiente, ma anche di convincente e capace di persuasione [xii] ;
ἀδιάκριτος (adiàkritos) è tradotto consenza ambiguità, incertezza, ma soprattutto con imparziale, non giudicante [xiii];
ἀνυπόκριτος (anypòkritos), infine, come il precedente usa la particella negativa iniziale per indicare chi non fa uso dell’ipocrisia, ed è quindi sincero, non-finto.
Sintetizzando, per san Giacomo la ‘sapienza’ che dovrebbe ispirarci per rifuggire dalle guerre e scongiurare la conflittualità violenta è quindi caratterizzata da: innocenza, ricerca della pace, mitezza, docilità, imparzialità e sincerità. Tutte virtù poco praticate già ai tempi Iontani in cui l’apostolo scriveva la sua lettera, ma che erano e restano i segni caratteristici del messaggio evangelico. Quella ‘buona notizia’ di salvezza, sempre più sommersa purtroppo da quelle cattive, che ci parlano di atteggiamenti e comportamenti sempre più amorali, spregiudicati e violenti, ma che, nonostante tutto, i seguaci di Cristo non dovrebbero mai tradire.
La nonviolenza attiva, anche in senso laico, s’ispira a quegli stessi valori, che sono alla base della proposta di società più giusta ecologica e pacifica, ben sapendo che la violenza – a tutti i livelli – è sempre frutto di pulsioni interne che l’umanità – con tutta la sua ‘sapienza’ e conoscenza acquisita – dovrebbe ormai saper dominare, se non vuole esserne dominata e annientata.
* Ripubblico – con opportune modifiche ed aggiornamenti – un mio articolo del 2017
In questi giorni Napoli ha festeggiato ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato. San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto nel tempo un’importanza centrale rispetto alla sua azione pastorale, di cui si sa ben poco.
Il sangue del Gennaro (vescovo di Benevento e decapitato a Pozzuoli) è diventato il simbolo stesso di una religione sacrificale, i cui profeti e testimoni (in greco: martyres) attestano la loro fede e la loro fedeltà al Vangelo a costo della propria vita, nella certezza che “chi avrà perduto la vita per cagion mia la troverà” (Mt 10:39) e che “il sangue dei martiri è il seme dei Cristiani “ [i]. La centralità simbolica del sangue – come sottolineava l’antropologo Marino Niola nella presentazione ad un libro su questo argomento [ii] – è ben nota in tutto il Mezzogiorno e soprattutto a Napoli. Un territorio ed una città che di sangue ne hanno versato in gran quantità, soggetti come sono stati per troppi secoli a invasioni e dominazioni. Una terra dove il lavoro per guadagnarsi il pane non a caso è stato sempre chiamato fatica ricalcando il termine latino labor (fatica, sofferenza) ed echeggiando quelli francese e spagnolo travaille e trabajo. Una fatica che, citando una colorita espressione proverbiale, faceva (e spesso fa ancora) “jettà ‘o sanghe” , cosa invece ben diversa dal versarlo come sacrificio volontario.
Comprendiamo bene, quindi, l’innata simpatia che un popolo abituato a ‘gettare il sangue’ sul lavoro e per il lavoro, ma anche per colpa delle guerre, ha sempre provato nei confronti di un santo come Gennaro, il cui sangue è diventato segno tangibile di un’auspicata protezione ultraterrena contro le violenze quotidiane, i disastri bellici e perfino le sciagure naturali, come terremoti, eruzioni ed epidemie. Comprendiamo quindi perché i Napoletani – ed i Campani in genere – invochino da sempre il nome del loro patrono e difensore, anche se andrebbe precisato che Gennaro non era il nome proprio del santo martire beneventano, bensì quello di famiglia. Il vero appellativo personale in effetti non ci è noto (qualcuno ipotizza che fosse Procolo) mentre il cognome , con cui lo conosciamo, lo indicava come appartenente alla Gens Ianuaria. L’etimologia di questa denominazione si collega quello del primo mese dell’anno, cioè Gennaio (Ianuarius), a sua volta così chiamato perché dedicato a Ianus/Giano, considerato dagli antichi Romani ‘Divum Deus/Pater’, ossia Dio e Padre degli altri Dei, divinità iniziale e principale del loro Pantheon.
Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianus, caratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (in lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, e perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:
“Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l’altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l’atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all’uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell’Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni…” [iii]
La sacralità di questo simbolismo – che vedeva aperte le porte del tempio di Giano solo in occasione dei conflitti bellici, mentre la loro chiusura sanciva lo stato di pax – era e resta molto interessante e c’invita ad una seria riflessione di fronte ai nuovi e sempre più frequenti eventi bellici che agitano i nostri tempi. Ecco perché, oggi come allora, lo folle logica distruttrice della guerra va bloccata con fermezza, chiudendo a chiave le porte all’aggressività imperialista che diventa minaccia armata o, peggio, ripropone il terrore nucleare. Un’esigenza proclamata già da Virgilio,che aveva definito ‘empio’ (cioè in contrasto con lo spirito religioso): il ‘furore’ di chi crede di risolvere le cose con la crudeltà della guerra: “…dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus saeva sedens super arma” (“con duri chiavistelli di ferro saranno chiuse le porte della Guerra; l’empio Furore all’interno, seduto sulle armi crudeli …” [iv].
Eppure continuiamo ad assistere impotenti non solo alla sacrilega commistione tra ideologie di guerra e motivazioni pseudo-religiose, ma anche all’ottusa visione di chi continua a blaterare di guerre giuste e, soprattutto, della necessità di difendere la pace con le armi. La nefasta dottrina romana del “si vis pacem para bellum” resta infatti dura a morire ed a poco sono serviti secoli di autorevoli appelli di pontefici e capi religiosi sull’inconciliabilità della guerra con qualsiasi fede che affermi la sacralità della vita e predichi la fratellanza. Eppure, alcuni anni fa, qualcuno tentò d’inserire nelle celebrazioni per la Festa di san Gennaro un concerto della banda della US Navy. Quel tentativo per fortuna fu vivacemente contrastato dal movimento napoletano per la pace ed opportunamente si decise di cancellare questo spettacolo. Come scrissi sarcasticamente in quell’occasione:
“Ma da quando il patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della marina militare americana, una specie di San GenNavy? E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a versare altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?”[v]
Però, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Nel 2017, infatti, tra le celebrazioni che precederono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, ci fu una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy. [vi] E ancora una volta mi chiesti ‘che ci azzecca’ il nostro venerato Patrono con fanfare stellette e fucili; soprattutto, perché si consenta non solo commercializzazione della tradizionale festa religiosa (trasformata all’americana nel San Gennaro Day [vii]), ma perfino la sua militarizzazione. Ricordo, fra l’altro,che solo due giorni dopo il ricordo di san Gennaro, il 21 settembre, si celebra ovunque la Giornata Internazionale della Pace[viii].
E’ stata, ed è ancora, un’occasione per ribadire che bisogna chiudere le porte in faccia a tutte le guerre e sigillarle definitivamente per quelle nucleari, ma anche che non sono accettabili confusioni tra il sangue dei martiri per la fede e quello versato ‘per la patria’, di cui si sono cinicamente nutriti gli interessi dell’imperialismo e del sistema militare-industriale. Certamente la pace non è solo assenza di guerre, ma non c’è dubbio che l’affermazione della nonviolenza passi per la cancellazione della perversa e ricorrente logica militarista e bellica, facendo conoscere e praticae modelli alternativi di difesa e di sviluppo. Perché, citando Gianni Rodari in una sua candida ma efficace filastrocca: “Sarebbe una festa per tutta la terra / fare la pace prima della guerra!”.[x]
[x] Stefano Panzarasa (a cura di), L’orecchio verde di Gianni Rodari – L’ecopacifismo, la visionarietà, la pratica della fantasia e le canzoni ecologiste, Viterbo, Stampa Alternativa, 2011
(C) 2024 Ermete Ferraro (pubblicato in origine nel 2017)
Tempo di vacanze, con tutti i rituali di questo periodo: esodo di massa, code ai caselli, folla strabocchevole sulle spiagge e nelle località turistiche, caldo asfissiante, incendi boschivi etc. etc… Forse ‘vacanza’ e suoi derivati (fra cui il terribile ‘vacanzieri’) sono le parole più ricorrenti nelle cronache giornalistiche e televisive, nei post sui canali social e nelle discussioni fra amici e parenti, evocando periodi sempre più brevi ed intensi di fuga dallo stress lavorativo, per sostituirlo con quello dello svago, della ricreazione, del relax e del riposo (concetti che spesso si rivelano infatti del tutto inappropriati in tale circostanza.
Non in molti, però, si chiedono – o sanno già – quale sia l’etimologia di questa magica parola, croce e delizia di tanti ma a quanto pare un po’ misteriosa. Alla base del sostantivo ‘vacanza’, eliminata la parte modificante finale, resta il monema lessicale ‘vac-‘, nel quale è racchiuso il cuore semantico della parola, generando in primo luogo l’attributo ‘vacuo/a’. Un aggettivo abbastanza desueto, ma il cui senso è per molti abbastanza chiaro: vuoto, non pieno, libero. Basti pensare anche alle espressioni ‘posto vacante’, ‘seggio vacante’ e similari.
In effetti l’etimo della parola è sicuramente latino, poiché in quella lingua vacuus, -a, -um significava appunto ‘vuoto’, indicando uno spazio non occupato da nulla, più o meno come il kenos dei Greci, con derivazione protolatina *wakovos, a sua volta risalente ad una probabile radice indoeuropea *wak (abbandonare, lasciare, andar via)[1].
La ‘vacanza’, quindi, dovrebbe essere un periodo di ‘vuoto’, una realtà spazio-temporale improntata alla libertà; un’occasione per ‘fare il vuoto’ dagli impegni e dagli assilli quotidiani, cosa peraltro altamente improbabile in questi tempi caotici e difficili. A svuotarsi, semmai, sono solo le grandi città, dove – almeno per una decina di giorni – tutto sembra fermarsi, i negozi chiudono e le strade si svuotano, sempre naturalmente che non si tratti di centri turistici, che in questo periodo tendono invece a riempirsi di torme assetate e accaldate di turisti.
Fatto sta che dalla stessa radice, etimologicamente parlando, deriva anche il famigerato e maltrattato verbo ‘evacuare’, che significa appunto ‘svuotare’, in senso sia transitivo (sgomberare un edificio, abbandonare un luogo in pericolo, liberare l’intestino…) sia intransitivo (es. ”gli abitanti evacuarono in massa dalla zona del terremoto”). Eppure basta sentire i resoconti di un telegiornale o leggere un quotidiano per ritrovare questo verbo usato a sproposito, per evidente ignoranza del suo reale significato ma anche per l’incredibile pigrizia di chi dovrebbe vigilare sulla nostra lingua, bacchettando chi ne usa a sproposito il lessico, finendo così col dire inconsapevolmente delle sciocchezze. Ci raccontano sempre più spesso, infatti, che “la popolazione è stata evacuata a causa degli incendi boschivi”, “i pazienti dell’ospedale colpito dal missile sono stati evacuati”, “i residenti dell’edificio, dove è avvenuto il crollo, sono stati evacuati dalla protezione civile”. Se è vero quanto ho chiarito prima, dunque, persone duramente colpite da catastrofi varie e dolorose sarebbero state anche ‘svuotate’…aggiungendo cinicamente ulteriori sofferenze a quelle già patite!
Dice: vabbè, non facciamo i pignoli né i puristi. Ormai tutti dicono così e, si sa, la pratica val più della grammatica, o no? Eh no, troppo comodo usare a sproposito la propria lingua, senza nessuna obiezione, soprattutto quando a farlo non sono persone qualunque ma ministri, funzionari e giornalisti, dai quali sarebbero legittimo attendersi un minimo di correttezza espressiva.
Resta, infine, da riflettere – in questo nostro sempre più assolato ed affollato stato di teorica ‘vacanza’- a coloro i quali hanno preoccupazioni molto più serie delle code in autostrada e dell’affollamento nei bar e nei ristoranti. Migliaia di esseri umani sfollati dai loro villaggi distrutti e vaganti senza meta; abitanti sgomberati per emergenze telluriche, frane, inondazioni ed altri eventi avversi; paesi quasi raggiunti dalla furia distruttiva delle fiamme che stanno devastando ettari di boschi; malati e piccoli pazienti sfrattati dai loro letti d’ospedale e privati delle cure essenziali per la ferocia di guerre criminali. Tutti ‘evacuati’ dei propri diritti fondamentali, privati della dignità di esseri umani, ‘svuotati’ di ogni minima sicurezza e tranquillità e costretti a vivere nell’emergenza continua e nella precarietà.
Ci sarebbe da continuare con altre amare riflessioni, ma chiudo qua, per il timore che le mie parole suonino inutili e…vacue.
Le vacanze sono l’occasione per dedicarsi alla lettura ed io in questi giorni ho riletto il romanzo di William Golding “ll Signore delle mosche”. Le avventure di un gruppo di ragazzi e bambini inglesi, sopravvissuti ad un disastroso incidente aereo e costretti ad inventarsi un’esistenza randagia in un’isola deserta, mi hanno riportato alla mente l’annosa questione dell’alternativa tra civiltà e vita selvaggia, regole da rispettare e rifiuto di ogni limite etico, dialogo costruttivo e violenza bruta .Una contrapposizione sicuramente troppo rigida e schematica, quasi manichea, che esclude le infinite possibilità intermedie, ma sicuramente un punto fermo della riflessione filosofica sulle società umane. Rileggendo sulla spiaggia le vicende di quest’anomala comunità tutta di minori, in mezzo alla quale emergono subito due leader antagonisti, ho ripensato ad anni di esperienze come educatore ed insegnante, attento a cogliere la dinamica del gruppo che mi era stato affidato, pur senza trascurare quella della psicologia individuale e le esigenze delle singole persone. Nell’avvincente scrittura di Golding ho ritrovato i perenni meccanismi che presiedono alle difficili relazioni umane, che nei più piccoli emergono con ancor maggiore chiarezza, mettendo in evidenza il conflitto tra sé e gli altri, ma anche quello tra l’uomo ed il suo ambiente. Da ecopacifista, impegnato a cercare modalità espressive ed attive improntate ai valori della nonviolenza ma anche all’ecologia linguistica, non ho potuto fare a meno di leggere il racconto dello scrittore inglese come un’evidente metafora della continua lotta tra pulsioni distruttive e ricerca di soluzioni pacifiche, ricerca del consenso ed affermazione di un’autorità indiscutibile e minacciosa. L’apparente ed inaspettata vacanza, evocante la lettura dei classici di avventure e raccontata mirabilmente da Golding, in effetti, ben presto si trasformerà in un incessante duello tra due opposte visioni della sopravvivenza sull’isola. Da una parte c’è la razionalità e la ricerca di un ‘modus vivendi’ condiviso e regolare perfino in una situazione estrema da sopravvissuti, in vista di un auspicato salvataggio e del ritorno alla vita quotidiana e ‘civile’. Dall’altra, viceversa, l’affiorare – prima sordo poi sempre più esplicito – d’ una sempre più esplicita pulsione anarchica, di rifiuto dei pretesi valori cui si è stati educati, per affermare apertamente la logica dell’homo homini lupus, del branco animale stretto intorno al potere asoluto del proprio capo, cui delegare per intero ogni scelta e responsabilità. Certo, fa un po’ sorridere il tentativo del leader positivo, Ralph, di stabilire una sorta di democrazia parlamentare in un’isola sperduta, cercando di dare regole certe e condivise di discussione ad un insieme di bambini e ragazzi più grandi, che però sembrano non aver chiaro nella propria mente che quella forzata ‘vacanza’ dovrebbe essere assolutamente interrotta, cercando ogni mezzo per farsi notare da eventuali salvatori. Il simbolo di quella ricerca di salvezza e ritorno alla civiltà è per Ralph un segnale di fumo da mantenere ad ogni costo. Al contrario, per il suo antagonista, il truce Jack, la brusca fuoriuscita dalle insopportabili norme ‘civili’ diventa un’ottima occasione di autoaffermazione e di realizzazione del l’anomia che da sempre gli cova dentro e che facilmente riesce a contagiare ai suoi gregari, grazie allo stimolo entusiasmante della caccia, al tempo stesso fonte di autonomia e di affermazione dell’uomo sulla natura.
Non a caso, inoltre, la tribù di cacciatori promossa da Jack è definita un ‘esercito’, per sottolineare la logica di ferrea disciplina e lo spirito di corpo che deve vincolare il gruppo dei ragazzini agli ordini del capo, cui si può solo ubbidire. Al richiamo della bianca conchiglia con cui Ralph convoca l’assemblea per discutere coi suoi compagni, nella speranza di trasformarli in una comunità democratica e responsabile, dopo i primi tempi di accettazione delle regole, Jack contrapporrà il codice dei colori con cui ricoprirsi il corpo e le urla belluine che ha stabilito come segnale di avvertimento e di battaglia per la sua tribù di ‘selvaggi’. Un simbolo di ferocia ed aggressività, ma anche una ‘uniforme’ per irregimentare i suoi more militari. Perché nella sua visione la vita è lotta, affermazione di sé sugli altri e sulla realtà naturale, dominio e controllo del territorio, per accaparrarsene le risorse. E’ difficile non scorgere dietro questa narrazione l’apologo di una condizione umana drammaticamente sospesa tra la brutalità della violenza e la razionalità delle regole, ma anche del fallimento di una ‘civiltà’ che si limita ad inibire le pulsioni distruttive dell’uomo, senza però contrapporvi altro che fragili convenzioni e leggi da osservare, ma solo per non incorrere nelle punizioni. Gli sforzi dello scrittore britannico, che era stato anche insegnante ed aveva sperimentato in classe forme di dialogo democratico, sono vanificati da una realtà in cui le stesse regole della cultura occidentale hanno finito con l’alimentare paradossalmente l’anomia, l’inselvatichimento e la legge del più forte. E’ ciò cui purtroppo assistiamo quotidianamente, con l’ascesa degli autoritarismi, il dominio del militarismo bellicista, l’esplosione irrazionale e suicida dei conflitti in forme violente e contagiose. E’ anche la pervicace conferma della logica predatoria dell’uomo sull’ambiente naturale, per dominarlo perfino a costo di provocare la propria stessa estinzione. La violenza non è solo una patologia – ci spiega Golding – ma il frutto di paure ancestrali ed istinti primordiali, cui la civiltà ha solo imposto dei limiti, senza contrapporvi una vera alternativa, che nasca dal cuore e non solo dalla razionalità. La nonviolenza, invece, fa appello alla coscienza individuale oltre che alla consapevolezza collettiva, trasformando la pretesa virtù dell’ubbidienza al capo in una scelta personale e responsabile ed insegnando a valutare i mezzi utilizzati dalla positività o meno delle loro conseguenze. La nonviolenza non è vigliaccheria ma coraggio di opporsi risolutamente al male anche a rischio di rimetterci in prima persona, come fa Ralph nel romanzo, sconfiggendo il gregarismo passivo di chi scarica sul capo ogni decisione, chiave di ogni totalitarismo. I conflitti e le tensioni latenti, quindi, non vanno esorcizzati in nome di una precaria ricerca del consenso e dell’ordine, ma piuttosto trasformati creativamente e costruttivamente in occasioni di maturazione dello spirito e di crescita collettiva. Il fatto che nel romanzo di Golding l’isola sia abitata solo da ragazzi sembrerebbe escludere l’influenza degli adulti nei loro comportamenti, ma la verità è che proprio dall’esempio dei ‘grandi’ essi hanno assorbito la loro impostazione. Non sarà il loro perbenismo un po’ ipocrita a salvare i loro ragazzi da una degenerazione, frutto della caduta dei consueti freni inibitori in una situazione del tutto nuova e diversa. Non sarà neppure il buon senso di Ralph e del suo amico Piggy ad impedire l’affermazione di una barbarie primitiva nel gruppo, il cui simbolo è la mostruosa testa di porco infilata su un bastone e ricoperta di mosche, da cui trae il titolo il libro, visto che è l’esatta traduzione di ‘Ba’al Zebùl’, il dio pagano cui si facevano sacrifici umani e che è poi diventato poi diabolico Belzebù della tradizione cristiana. Contro i nostri demoni interiori non ci sono esorcismi ma solo appello alla coscienza, per evitare di assecondare gli spiriti di violenza, di vendetta, di dominio e di potere assoluto che compromettono ogni relazione positiva con gli altri e con la natura. Alla tragica distopia dell’homo homini lupus possiamo allora contrapporre l’utopia concreta e fattiva dell’empatia, della cooperazione e della costruzione di rapporti di comune umanità e di fusione con una natura di cui facciamo parte.
Nella recente attività pacifista ed antimilitarista mi sono occupato della tendenza di alcuni governi europei, ma non solo, ad ipotizzare provvedimenti legislativi che portino al ripristino, in varie forme e con diverse modalità, della coscrizione militare obbligatoria, laddove in precedenza fosse stata sospesa per lasciar spazio alla professionalizzazione delle forze armate.
Data la mia inguaribile curiosità per il senso originario delle parole, non potevo però fare a meno di pormi domande sull’etimologia di termini strettamente connessi con quel contesto militare, solitamente usati senza chiedersi che cosa volessero inizialmente significare. È il caso della quasi desueta parola ‘leva’, che viveversa sta tornando di moda in un contesto internazionale contrassegnato da guerre, ma anche di quella più gergale ‘naja’ e, in primo luogo, del lemma fondamentale, cioè ‘recluta’, col suo denominale ‘reclutare’.
Ebbene, la leva’ – spiega la fisica – è “una macchina semplice che consiste in un corpo rigido (di norma costituito da una sbarra) girevole intorno a un asse fisso (detto fulcro) e soggetto all’azione di due forze (tradizionalmente dette l’una potenza e l’altra resistenza, ma che sarebbe più appropriato chiamare rispettivam. forza motrice e forza resistente) applicate in due suoi punti”. [i] Lasciando stare i suoi significati in ambito meccanico, venatorio, psicologico, balistico etc., c’è da chiedersi: perché mai il servizio militare obbligatorio è stato chiamato così? Poichè il senso originario della parola ‘leva’ ci riporta a qualcosa che si adopera per alzare, sol-levare, è probabile che la ‘leva’ militare mirasse appunto a far emergere nuovi elementi da immettere nelle forze armate, ‘rimuovendoli’ dallo stato civile. [ii]
Ma ‘levare’ le persone dalla loro abituale condizione in tempo di pace, per portarli a combattere, rende necessario il ricorso ad un’imposizione legale, ad un preciso obbligo. Se per chi aveva già ‘servito la patria’ in armi si trattava di un richiamo, per arruolare nuovi giovani (iscrivendoli nel ‘ruolo’ dei soldati e trasformandoli in ‘co-scritti’) bisognava quindi ricorrere ad un criterio oggettivo: l’anno di nascita, cioè la c.d. ‘classe’ di appartenenza. Ed infatti: “Una … spiegazione fa risalire il termine naja al veneto antico naia, “razza, genia”, che a sua volta deriva dal termine latino natalia, pl. neutro di natalis, “attinente, relativo alla nascita”, con riferimento alla classe generazionale che veniva coscritta ogni anno”. [iii]
La principale voce lessicale da sondare etimologicamente, però, è proprio recluta, da cui reclutare. Si tratta d’un verbo che, sebbene sia utilizzato anche in ambito civile (es.: reclutare il personale), conserva un alone militare, rinviando ad un meccanismo d’assunzione forzato, o quanto meno non volontario. L’indagine sulla forma originaria del sostantivo e del suo verbo non dà risultati unanimi. Sembrerebbe rinviare allo spagnolo reclutar o alle simili forme in ‘r’ (fr: récruter – ingl: recruit), risalenti al sec. XVII e indicanti “una novella levata di soldati per surrogare i mancanti” [iv], forse riferendosi al verbo ré-coître, ricrescere, crescere di nuovo. L’etimologia più probabile, però, rinvia invece all’antico francese clut ed alle consimili voci nordico-germaniche (klut, clut, clout ), indicanti un pezzo di panno, un brandello di tessuto. Ne deriva così che re-clutare avrebbe il senso di ri-cucire insieme dei pezzi lacerati. [v]
Sta di fatto che ambedue i significati lasciano intravedere una visione strumentale, che utilizza le persone come elementi vegetali da coltivare, per sostituire quelli…‘recisi’, oppure come pezzi di stoffa da mettere insieme per ricomporre un tessuto che va…rappezzato. Non lo dimentichino i giovani, anche in Italia, se e quando si troveranno ad essere sottoposti a una coscrizione che resta un’autoritaria costrizione, al fine di re-integrare un tessuto militare lacerato, ovviamente per impiegarlo in nuove e laceranti avventure belliche…
«Scusate, ma esattamente cosa vi serve?». A porre la domanda, con tono angosciato, la stupita dirigente dell’Area ‘Servizi al Cittadino’ del Comune di Napoli, cui un mese fa avevo chiesto di visionare l’ultimo manifesto di chiamata alla leva firmato dal Sindaco, di cui si erano perse le tracce. Le avevo peraltro chiarito che la mia richiesta – essendo un pensionato ultrasettantenne – non derivava da interesse personale, ma dalla necessità – come responsabile di un’organizzazione pacifista – di visionare le informazioni fornite con quell’avviso pubblico ai diretti interessati, i giovani della classe 2007 ed i loro genitori.
Qualcosa nelle mie parole non riusciva comunque a convincere l’interlocutrice, per la quale ero una fastidiosa apparizione che interrompeva, per di più con una pretesa assurda, la sua burocratica routine pre-elettorale. Quando, tra sbuffi e borbottamenti, si è decisa ad assecondare il mio bizzarro desiderio, ha estratto da un faldone una locandina formato A4 riproducente il manifesto in questione, che mi ha mostrato fugacemente, per assecondarmi e congedarmi. Alla mia richiesta di riprodurlo – con una fotocopia o soltanto fotografandolo col cellulare – si è però affrettata a richiudere il prezioso foglio nel sarcofago cartaceo da dove aveva rivisto la luce, replicando che non era possibile.
«Ma si tratta di un atto pubblico!» ho protestato, ricavando la sorprendente risposta che, se proprio ci tenevo, potevo procurarmene copia nella mia municipalità di residenza, cui a suo tempo era stato inoltrato per l’affissione di 15 giorni. A questo punto non mi è rimasto che esprimerle il ringraziamento per la cortesia e disponibilità dimostrata…
È stato questo il primo atto della mia avventurosa ricerca del bando perduto negli uffici comunali di Anagrafe e Stato Civile, decentrati nel quartiere Soccavo, che è poi proseguita nella Segreteria della Presidenza V Municipalità. Anche lì la mia richiesta suonava stravagante però, dopo un’interlocuzione tra uffici, ho finalmente ottenuto la fotocopia.
Ma – tornando alla domanda iniziale – a cosa diavolo mi serviva quel documento, visto che di servizio militare di leva non si parla da 20 anni? Il fatto è che, come ho spiegato nel precedente articolo [i], tuttora non sono molti gli italiani consapevoli che, a partire dal 2005, la ‘leva’ obbligatoria per i maschi da 18 anni in poi non è stata abolita, ma solo ‘sospesa’ dalla legge 226/2004. Ne consegue che, in Italia, la coscrizione militare può effettivamente tornare, com’è previsto dall’art. 1929 del Codice Ordinamento Militare:
“Il servizio di leva è ripristinato con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, se il personale volontario in servizio è insufficiente e non è possibile colmare le vacanze di organico, in funzione delle predisposizioni di mobilitazione, mediante il richiamo in servizio di personale militare volontario cessato dal servizio da non più di cinque anni, nei seguenti casi: a) se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione; b) se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate”. [ii]
La prima osservazione da fare è che, stando così le cose, non è richiesto alcun passaggio per il Parlamento, poiché che la decisione di ripristinare il servizio di leva è stata riservata al potere esecutivo, scavalcando quello legislativo. La seconda è che il testo citato risulta ambiguo, lasciando intendere che, in caso di emergenza, potrebbero essere richiamati alle armi solamente i militari volontari congedati da massimo 5 anni, mentre nel successivo articolo si parla esplicitamente di “riattivazione del servizio militare obbligatorio” [iii].
Ecco perché i Sindaci di tutti Comuni italiani, in quanto ufficiali di governo, sono tuttora tenuti per legge a rendere noto: “con apposito manifesto […]: a) ai giovani di sesso maschile che nell’anno stesso compiono il diciassettesimo anno di età, il dovere di farsi inserire nella lista di leva del Comune in cui sono legalmente domiciliati; b) ai genitori e tutori dei giovani di cui alla lettera a) l’obbligo di curarne l’iscrizione nella lista di leva” [iv].
Il guaio è che a Napoli – e forse nella maggioranza degli altri 7903 comuni italiani, grandi e piccoli – quegli ‘scomodi’ manifesti fanno una fugace apparizione nelle bacheche istituzionali, non riportano tutte le informazioni prescritte e, conseguentemente, lasciano i nostri giovani nella beata convinzione che la naja rimanga uno sbiadito ricordo del passato, per cui ormai non corrono alcun rischio di essere ‘precettati’ per difendere la Patria in armi.
È il motivo, come spiegavo nel precedente articolo, per cui uno dei primi atti della campagna che come M.I.R. abbiamo lanciato, con iniziative per ora solo territoriali, ha come primo bersaglio le amministrazioni comunali che, in barba alle prescrizioni previste dal Codice Militare, si limitano a pubblicare scarni avvisi d’iscrizione alle liste di leva, senza precisare le modalità per chiedere rinvii, esoneri e, soprattutto, per esercitare il previsto diritto di dichiararsi obiettori di coscienza, svolgendo un servizio civile alternativo. Dove siamo presenti come sede associativa, quindi, faremo presentare interrogazioni o interpellanze nei rispettivi consigli comunali, ricorrendo anche a formali diffide ai sindaci, affinché adempiano gli atti d’ufficio che la normativa vigente riserva loro.
Informare con tutti i mezzi disponibili i destinatari di un’eventuale chiamata o richiamo alle armi sui loro diritti e doveri, infatti, non è solo questione di trasparenza amministrativa, ma un’indispensabile fonte d’informazioni che, nel malaugurato caso di ripristino della leva militare in situazioni di emergenza, sarebbero fatalmente omesse, a danno dei cittadini più giovani e inesperti.
Naturalmente il compito principale del movimento pacifista resta quello di mobilitarsi per riattivare la coscienza dell’obiezione al militarismo, in un contesto socioculturale in cui è da tempo subentrata la piattezza del pensiero unico e la desertificazione dei moventi ideologici ed etici. Ma lo avevo già chiarito, per cui credo che ora sia utile allargare lo sguardo alle situazioni attuali, in Italia ma anche nel resto d’Europa.
C’è chi la leva vorrebbe…rimetterla
A rafforzare i legittimi dubbi degli antimilitaristi italiani che qualcosa bollisse in pentola non sono state solo le recenti esternazioni di alcuni esponenti della maggioranza di centrodestra sull’eventualità d’un ritorno al servizio militare, ma anche la diffusa tendenza in altri paesi europei a vagheggiare tale ipotesi, fino a poco tempo fa impensabile.
Le pressioni guerrafondaie della NATO, la presunta fragilità di una difesa comune europea, e venti di guerra sempre più forti, unitamente all’ascesa di governi palesemente destrorsi – adusi alla retorica patriottarda e sensibili al richiamo del complesso militar-industriale – stanno imprimendo un’evidente accelerazione ai progetti di ripristino della leva obbligatoria, ove sospesa, oltre che di formazione di contingenti di ‘riservisti’.
Il tabù dell’esclusiva professionalizzazione delle forze armate, in effetti, sembra ormai caduto a fronte di scenari bellici che, paradossalmente, nel mentre si evocano guerre ipertecnologiche e perfino con l’utilizzo di armi non convenzionali, ci mostrano in diretta televisiva un sanguinoso ritorno alla guerra di trincea vecchio stile. Alcuni strateghi odierni, dunque, non sembrano più convinti che la qualità dei contingenti militari sia prioritaria rispetto alla loro quantità, per cui hanno cominciato a chiedersi se invece non fosse necessario un robusto incremento numerico di ciò che una volta era impietosamente definita “carne da cannone”.
Poiché in Italia siamo molto ‘creativi’ (altri direbbero ‘confusionari’…) questa vaga aspirazione di alcuni politici (attestata comunque dalla crescente invasione di campo da parte dei militari in tutti gli ambiti civili, dalla sanità alla scuola, dalla ricerca universitaria alla cultura) non si è però concretizzata in una proposta governativa unitaria.
«Depositata alla Camera la proposta di legge della Lega per reintrodurre sei mesi di servizio civile o militare per i ragazzi tra i 18 e 26 anni, su base regionale e da svolgere esclusivamente in Italia”. Lo scrive sui social il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. “Ne sono convinto – aggiunge il ministro delle Infrastrutture -. È una forma di educazione civica al servizio della comunità, di disciplina, di attenzione al prossimo e rispetto per sé stessi e per gli altri che potrà avere effetti molto positivi“…» [v].
Immediata la replica dalla sinistra, dalla destra conservatrice e perfino dal nostro ministro della Difesa, che di complesso militar-industriale se ne intende:
«Per Davide Faraone, capogruppo I.V. alla Camera: “Salvini in piena sindrome Vannacci insiste con il ritorno della leva obbligatoria. Il leader della Lega non si ferma neanche dopo l’intervento del ministro della Difesa Crosetto, che gli ha ricordato che il servizio militare non serve a nulla […]E niente, lui, Matteo Salvini, insiste e presenta una proposta di legge per il ritorno bonsai del servizio militare. La Lega guarda ad un passato che non può tornare».[vi]
Eppure, sebbene dagli alleati di governo la proposta a firma del leghista Zoffili [vii], che istituisce 6 mesi di servizio militare o civile per maschi e femmine da 18 a 26 anni sia stata criticata o addirittura ritenuta “non compatibile con il livello di professionalità che noi chiediamo alle forze armate e che chiederemo sempre di più in futuro” – per dirla col ministro Crosetto [viii], Salvini non è stato l’unico ad ipotizzare un ‘educativo’ ritorno alle marce, agli addestramenti militari e alla durezza della disciplina militare. Se è vero che già nel 2017 la Lega aveva presentato un simile disegno di legge, a firma del senatore Divina [ix], va ricordato che nel 2022 anche l’allora Presidente del Senato, Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia), era tornato sul tema, con l’ossimorica proposta di una “mini naja volontaria”, uno stage formativo di 40 giorni nelle forze armate, per insegnare ai giovani “l’amore per l’Italia e il senso civico“, replicando in effetti un suo precedente progetto del 2009.[x]
Non dimentichiamo poi che Forza Italia – che ora con Tajani ha preso le distanze dalla proposta leghista – nel non lontano 2019 era addirittura riuscita a far approvare dalla Camera dei Deputati (con voto favorevole del PD e del M5S…!) un’analoga proposta di legge, per avviare la “sperimentazione di percorsi formativi in ambito militare per i giovani tra i 18 e i 22 anni, per un periodo di sei mesi”. [xi]
Ebbene, pur sorvolando sull’ipocrita gioco delle carte sulla vicenda della naja, tipico del teatrino della politica italiana, va detto con chiarezza che i goffi tentativi di addolcire la pillola d’un ritorno al servizio militare (cui, secondo un’indagine, sarebbero favorevoli il 53% degli italiani, mentre è osteggiato dal 71% dei nostri giovani)[xii] sembrano solo un diversivo tattico rispetto alla realtà di una normativa già in vigore. Non ci sarebbe alcun bisogno d’inventarsi nuove e fantasiose leggi, cercando magari di renderle appetibili. Poiché in Italia – come in altri paesi europei e non – la coscrizione militare obbligatoria è stata soltanto sospesa, nei previsti casi di emergenza bellica o crisi internazionale che ci vincoli in quanto aderenti alla NATO, basta una deliberazione del Consiglio dei Ministri, sancita da un decreto del Presidente della Repubblica, per ripristinare la chiamata/richiamo alle armi. È il caso che i cittadini italiani da 18 a 45 anni ne prendano finalmente coscienza, in modo da decidere consapevolmente come comportarsi in tale disgraziata (ma non improbabile) evenienza.
Lo spettro della leva si aggira per l’Europa…
D’altra parte, l’Italia non è l’unico stato ad avviarsi lungo questa pericolosa strada militarista. Per avere un quadro europeo dell’attuale situazione dell’obbligo di prestare servizio in armi, ma soprattutto dell’effettivo riconoscimento del diritto ad obiettare ad esso, è utile consultare l’ultimo rapporto annuale sulla “Obiezione di Coscienza in Europa”, prodotto e pubblicato dall’Ufficio Europeo per l’OdC (EBCO – BEOC), cui ha contribuito anche Zaira Zafarana per il M.I.R. Italia.[xiii] Il focus della ricerca è principalmente il rispetto del diritto ad obiettare “in tempo di guerra”, di attualità a causa del sanguinoso conflitto armato russo-ucraino, che ha spinto pacifisti ed antimilitaristi europei a solidarizzare in varie forme con disertori, rifugiati ed obiettori di coscienza russi, bielorussi ed ucraini. [xiv]
Ma, leggendo le schede che sintetizzano la situazione normativa in 49 stati europei, è possibile anche farsi un’idea di come alla tendenza autoritaria a negare ogni possibilità di rifiuto del servizio militare si affianchi spesso quella a ripristinare, in vari modi, il servizio militare obbligatorio, per colmare –in una fase caratterizzata da crescenti conflitti armati – il dislivello nei vari stati tra le forze armate effettivamente operative ed il contingente di soggetti ipoteticamente reclutabili in caso di servizio militare di leva. Apprendiamo, ad esempio, che in Italia nel primo caso si tratta di 160.900 soldati, a fronte di un potenziale di ben 305.110 coscritti (52,7%). Più bassa è la percentuale in Spagna (48,7), Francia (48,2), Germania (46,7) o Danimarca (43,2), con una soglia ancor minore in Albania (25,8) e Svezia (24,3), fino a toccare il minimo assoluto del 10,8 in Islanda. [xv]
Apprendiamo inoltre che in alcuni stati europei la durata del servizio militare oscilla tra un minimo di 6 (Turchia) ed un massimo di 24 mesi (Armenia), con un servizio civile alternativo mediamente più lungo (quindi punitivo) per gli obiettori di coscienza.[xvi] Ma soprattutto scopriamo che in diversi Paesi della stessa U.E. si fa assurdamente ricorso al reclutamento militare di soggetti in età inferiore ai 18 anni, arruolando – come nel clamoroso caso del Regno Unito e della Germania, volontari di soli 16 o 17 anni.
Non c’è da meravigliarsi, allora, se a far compagnia agli italiani nella previsione d’un pericoloso ritorno alla coscrizione obbligatoria (che comunque ancora sussiste in 1/3 dei 27 stati confederati nella U.E. [xvii]) troviamo inglesi e tedeschi, seguiti anche da francesi e spagnoli. Ovviamente è un frutto prevedibile del clima bellico che sta ‘riscaldando’ l’atmosfera politica comunitaria, con l’ascesa di partiti sovranisti e militaristi d’estrema destra, cui i governi di diverso segno tentano talvolta di porre un freno assecondandone gli accenti guerrafondai. Ma cominciamo dal Regno Unito:
«Il primo ministro britannico Rishi Sunak si è impegnato a ripristinare il servizio nazionale obbligatorio se il partito conservatore al governo vincerà le elezioni nazionali del 4 luglio, suscitando un dibattito a livello nazionale su una politica che la Gran Bretagna ha abbandonato più di 60 anni fa. Secondo un annuncio fatto da Sunak domenica, ai diciottenni sarà data la possibilità di scegliere tra il servizio a tempo pieno nelle forze armate o il volontariato nella propria comunità. Il leader dei conservatori […] ha dichiarato che il programma promuoverà un “senso di condivisione degli obiettivi tra i nostri giovani e un rinnovato senso di orgoglio per il nostro Paese”. I partiti di opposizione hanno criticato il programma, affermando che le sue conseguenze per l’economia e la società non sono chiare». [xviii]
Il provvedimento proposto dal primo ministro conservatore – che probabilmente sarà sostituito nella guida dell’U.K. dal leader del Partito Laburista – non è dissimile da quello vagheggiato da Salvini, in quanto non prevede l’obbligo del solo servizio militare (cui per un anno parteciperebbero per un addestramento ‘selettivo’ non più di 30.000 giovani), ma anche la più appetibile opzione del servizio civile di un fine settimana al mese per un anno. Da un sondaggio YouGov del 2023, infatti, emerge che la maggioranza dei cittadini britannici sono favorevoli al servizio militare volontario, mentre al 64% si dichiarano contrari alla leva obbligatoria. Sta di fatto che quasi tutte le critiche – in U.K. come in Italia – hanno a che fare più con la denuncia dei costi esorbitanti di tali provvedimenti e della loro discutibile congruità con l’attuale assetto volontario delle forze armate, piuttosto che con effettive obiezioni etiche e/o politiche al ripristino d’un servizio militare generalizzato ed obbligatorio. Ma intanto che cosa sta succedendo in Francia?
«Dal 2017, Emmanuel Macron ha deciso di aumentare il bilancio delle forze […] Fin dall’inizio dei suoi primi cinque anni di mandato, ha parlato di un ritorno a una forma di servizio militare e civile. In effetti, il Servizio Nazionale Universale (SNU) dovrebbe essere esteso a tutta la fascia d’età nel 2026. Questo sviluppo non è privo di perplessità, sia da parte politica, con alcuni partiti tradizionalmente antimilitaristi che denunciano il “reclutamento di giovani”, sia da parte dell’esercito stesso, che ritiene di non avere le capacità o le competenze per controllare un numero così elevato di giovani». [xix]
Anche in Francia – dove solo il 27% dei giovani tra 18 e 26 anni sono favorevoli al ritorno della leva – il dibattito resta molto vivace, perfino tra esperti di strategia militare. Va segnalato però che per un autorevole esponente di questo mondo, Vincent Desport (già direttore della Scuola di guerra francese) ci troviamo di fronte a minacce simili a quelle della guerra fredda, per cui sarebbe quindi necessario tornare alla coscrizione, con finalità di dissuasione nei confronti della minaccia russa. [xx] E in Germania?
«A causa dei venti di guerra che soffiano sull’Europa, la riattivazione della leva obbligatoria, sospesa dal 2011, è un tema attualmente in discussione in Germania. E la Welt am Sonntag rivela le riflessioni in corso al Ministero della Difesa, guidato dal socialdemocratico Boris Pistorius, dove sono allo studio tre diverse opzioni […] la prima opzione sarebbe «la più cauta», prevedendo soltanto che chi abbia compiuto 18 anni nella Repubblica federale riceva del materiale informativo […] La seconda opzione prevede la reintroduzione della leva obbligatoria e dell’anno di servizio civile, che resterebbe volontario solo per le donne. […] La terza opzione prevede invece che l’anno di servizio militare o civile obbligatorio sia esteso a tutti i 18enni, senza distinzione di genere. Questo varrebbe però come servizio civile “generale”: nell’esercito come in altre istituzioni, vigili del fuoco, servizi sanitari e di protezione civile. La leva obbligatoria è stata sospesa nel 2011 dal governo di Angela Merkel […] Nei giorni scorsi anche la Cdu di Friedrich Merz ha manifestato l’intenzione di riattivarla, seppure progressivamente». [xxi]
Molto meno agevole, viceversa, è un percorso simile in Spagna, dove il governo a guida socialista ha smentito le voci secondo le quali ipotizzava di ripristinare la leva militare.
«La ministra della Difesa, Margarita Robles, ha affermato che in Spagna “non si punta ad avere il servizio militare obbligatorio” di nuovo. […] Robles ha voluto insistere che non lo si recupererà “in assoluto, e credo che a nessuno ciò sia passato per la testa “. [xxii]
Va anche precisato, però, che: “In Spagna, dove la leva è stata abolita, i giovani vengono comunque considerati riservisti e potrebbero essere costretti a entrare nell’esercito in caso di emergenza e senza alcuna possibilità legale di opposizione, giacché l’obiezione non è più prevista dalla legge”. [xxiii]
Una leva…USA e getta?
Uno dei segnali più allarmanti ci arriva però dagli Stati Uniti, dove il servizio militare obbligatorio non è in vigore dal 1973, in seguito alla disastrosa guerra nel Vietnam, e dove quindi le forze armate hanno subito una notevole professionalizzazione. Fatto sta che, come in Italia, negli USA la leva (draft) è stata solamente sospesa, per cui i giovani hanno tuttora l’obbligo d’iscriversi al Sistema Selettivo Militare.
«L’ordine esecutivo del presidente Jimmy Carter del 2 luglio del 1980 n. 4471 affermò l’obbligo per i cittadini di sesso maschile di iscriversi, ai sensi del Military Selective Service Act del 1948 negli elenchi dell’agenzia governativa Selective Service System. La legge prevede, ad oggi, che tutti i cittadini statunitensi di sesso maschile tra i 18 ed i 25 anni di età si iscrivano alle liste tenute dall’agenzia, e che i trasgressori siano puniti con una multa fino a 250 000 dollari o quattro anni di reclusione in carcere…».[xxiv]
Se si visita il sito web di quell’ente governativo, oltre all’iniziale (e rassicurante) conferma che “allo stato non c’è alcuna leva”, si trovano poi altre utili informazioni sul suo possibile ripristino, nell’eventualità di un’emergenza per la sicurezza nazionale.
«1. Autorizzazione alla Leva: Il Congresso e il Presidente – Un’emergenza nazionale, che superi la capacità del Dipartimento della Difesa di reclutare e mantenere la sua forza totale, richiede al Congresso di emendare la legge sul servizio selettivo militare per autorizzare il Presidente a introdurre personale nelle Forze Armate. […] 4.Ordini di presentarsi al MEPS –Vengono inviati gli avvisi di arruolamento e i dichiaranti possono ora richiedere, se lo desiderano, un rinvio, una dilazione o un’esenzione. Gli immatricolati si presentano alla Military Entrance Processing Station (MEPS) locale per il reclutamento. Al MEPS, i dichiaranti vengono sottoposti a una valutazione fisica, mentale e morale per determinare se sono idonei al servizio militare. Una volta informati dei risultati della valutazione, il dichiarante viene introdotto nel servizio militare o rimandato a casa. 5. Attivazione delle Commissioni d’appello locali e distrettuali – Le Commissioni locali e d’appello iniziano a esaminare le richieste di classificazione dei dichiaranti come obiettori di coscienza, persone con difficoltà da dipendenza, studenti con rinvio, appelli. 6. Reclutamento dei primi arruolati -Secondo gli attuali requisiti del Dipartimento della Difesa (DoD), il Selective Service deve consegnare i primi arruolati alle forze armate entro 193 giorni dall’inizio di una crisi e dall’aggiornamento della legge per autorizzare la leva».[xxv]
Come si spiega in un articolo, il Servizio Selettivo del Ministero della Difesa richiede che ogni cittadino maschio da 18 a 25 anni, sia statunitense sia immigrato, vi si faccia registrare “per fornire una leva quanto più pronta, efficiente ed equa è possibile, qualora il Paese ne abbia bisogno”. [xxvi] Eppure qualcosa di nuovo bolle in pentola anche negli USA, come rivela in un recente articolo l’esponente ambientalista Dennis Kuchinich, membro democratico della Camera dei Rappresentanti dal 1997 al 2013.
«Richiamo la vostra attenzione su un emendamento democratico al National Defense Authorization Act (NDAA), che è stato inserito nel disegno di legge sulla spesa per la guerra del Pentagono per quasi un triliardo di dollari, con voto orale, nella commissione House Armed Services. L’emendamento democratico a H.R. 8070, l’autorizzazione della difesa nazionale (NDAA) recita: “Sezione 531. Sistema di servizi selettivi: Registrazione automatica. SEC. 3. (a) “Salvo quanto diversamente previsto nel presente titolo, ogni cittadino maschio degli Stati Uniti, e ogni altra persona di sesso maschile residente negli Stati Uniti, tra i diciotto e i ventisei anni, sarà automaticamente registrato, ai sensi del presente legge, dal direttore del sistema di servizi selettivi.” […] Gli Stati Uniti. attualmente hanno oltre 1.300.000 uomini e donne come soldati di carriera o volontari, che servono in forze armate del tutto volontarie. Secondo la nuova legge sulla leva automatica, anche gli immigrati irregolari di età compresa tra i 18 e i 26 anni – se ne contano almeno 1,5 milioni – potrebbero essere reclutati, se dovesse applicarsi alle donne come agli uomini […] Il Congresso deve affrontare la questione della guerra, molto prima che il paese istituisca una leva automatica. Una leva automatica è una preparazione alla guerra, che altera drammaticamente la vita dei giovani americani. Essi meritano una risposta. Tutti noi meritiamo una risposta. Il futuro dell’America è letteralmente in gioco». [xxvii]
Qualcuno negli Stati Uniti ha definito questo articolo “allarmista”, minimizzando la portata e gli effetti reali della modifica legislativa in questione. Quel che è certo, però, è che i venti di guerra stanno impietosamente facendo ribaltare i fragili ombrelli democratici che dovrebbero tutelarci da ogni forma di revanscismo militarista e guerrafondaio.
Ancora più certo, a mio avviso, è che a salvarci dalla logica perversa del complesso militar-industriale non saranno solo provvedimenti normativi più o meno garantisti, ma in primo luogo una vera e diffusa coscienza dell’obiezione di coscienza, una vivace mobilitazione del popolo della pace e l’azione unitaria dei movimenti che da decenni non solo contrastano ogni guerra, ma propongono e diffondono alternative difensive civili, non-armate e nonviolente alla sua pretesa ineluttabilità.
Più o meno 45 anni fa – quando in Italia si era nel pieno dell’esperienza del servizio civile alternativo a quello militare – scrissi in un articolo che sarebbe stato necessario “passare dall’obiezione di coscienza alla coscienza dell’obiezione”. Il senso di quella frase era che bisognava superare la fase meramente oppositiva e la routinizzazione della pratica del servizio civile, aumentando la consapevolezza che c’era un’alternativa nonviolenta da costruire. Ebbene, la situazione in cui ci troviamo è con tutta evidenza assai diversa da quella di allora ed è innegabile che, sebbene siamo sospesi tra una tremenda crisi climatica ed un allarmante crescendo bellico, la consapevolezza della drammaticità di questo momento e delle alternative da perseguire non sembra davvero adeguata.
Non c’è bisogno di ricorrere a profonde analisi sociologiche e psicologiche, infatti, per constatare come quasi tutte le ipotesi opposte alla logica consumistico-predatoria nei confronti dell’ambiente e di controllo militare delle zone d’influenza strategica ed economica siano progressivamente state derubricate a utopie per anime belle su cui ironizzare o, peggio ancora, a subdole minacce alla stabilità del sistema da denunciare e reprimere. Lo svilimento della politica a gestione furbesca e ‘pragmatica’ dell’esistente, del resto, non avrebbe potuto consentire di guardare lontano e più in profondità, ben oltre una realtà data quasi per scontata ed immutabile, ispirata com’è dal pensiero unico e dalle ‘monoculture della mente’.
Venti anni fa, in Italia si decise di archiviare per legge il servizio militare obbligatorio, aprendo la strada alla professionalizzazione delle forze armate e, al tempo stesso, chiudendo la fondamentale esperienza del servizio civile degli obiettori di coscienza e la sperimentazione di un modello alternativo di difesa. Quel “tutti a casa” governativo, in effetti, ha fatalmente provocato un progressivo assopimento delle coscienze rispetto all’intrinseca pericolosità per la pace e la sicurezza mondiale del complesso militar-industriale. Inoltre ha ridotto la possibilità di agire – per usare la terminologia gandhiana – sia sul piano ‘ostruttivo’ (con l’obiezione di coscienza come disobbedienza civile e rifiuto del servizio in armi), sia su quello ‘costruttivo’ (con una diffusa sperimentazione di forme di difesa civile, non armata e nonviolenta, di protezione civile popolare e d’interventi sociali dal basso, ispirati ai principi di equità e solidarietà.
Se è innegabile che nel nostro Paese l’affrancamento dei cittadini, soprattutto quelli più giovani, dalla coscrizione militare ha riconosciuto un’esigenza largamente avvertita, va però precisato che, sul piano legislativo, non è mai stato cancellato l’obbligo costituzionale di adempiere al “sacro dovere” di difendere la patria. [i] Il servizio militare, quindi, non è stato abolito bensì solo ‘sospeso’, lasciando salva la possibilità del Governo (non del Parlamento…) di ripristinarlo nei seguenti casi: “a) se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione; b) se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate”. [ii] Un’evenienza tutt’altro che remota, che potrebbe sconvolgere improvvisamente la placida inerzia degli italiani nei confronti dell’istituzione Forze Armate.
Vent’anni dopo…
I due decenni trascorsi hanno progressivamente fatto svanire non solo la consapevolezza del cittadino medio su come stanno effettivamente le cose in materia di difesa nazionale, ma anche affievolito la coscienza di ciò che ogni cittadino potrebbe fare – qui e ora – per contrastare l’incalzante militarizzazione della società, dell’economia e della cultura (a partire dalla pervasiva infiltrazione nella scuola e nell’università…) e per opporsi allo sdoganamento della stessa follia bellicista. Ci sono voluti i venti di guerra, che soffiano sempre più forte sullo scenario europeo (mediterraneo e nord-orientale) per svegliare l’opinione pubblica dal sonno della coscienza e dai mostri che ha nel frattempo generato. Ecco perché sempre più persone s’interrogano su come contrapporre una reale scelta di pace alla barbarie delle guerre, ma senza trovare risposte valide, diverse dagli appelli generici ed un po’ ipocriti di politici incapaci di offrire visioni globali.
Il M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) – la più antica organizzazione italiana per la nonviolenza –s’interroga da molto tempo sul ruolo di un più ampio movimento per la pace che, oltre ad essersi assottigliato quantitativamente anche per un mancato ricambio generazionale, non ha forse saputo affermare a fondo e con decisione l’imprescindibilità della stessa pace dal disarmo e dalla smilitarizzazione. L’attenzione alla tutela del diritto ad obiettare al servizio militare – in assenza della coscrizione obbligatoria in Italia – di recente si era giustamente spostata sulla difesa di obiettori, disertori e resistenti alla guerra in altri contesti (paesi autoritari, dittature militari, stati interessati da conflitti armati), provocando involontariamente una rimozione del problema al nostro livello. Ora però, in un clima arroventato dal conflitto armato russo-ucraino e da quello israelo-palestinese, da più parti sono state avanzate proposte di opposizione attiva alla guerra.
Infatti, sebbene la nostra Costituzione la ‘ripudi’, “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di soluzione delle controversie internazionali” [iii], non si è affatto ridotto il ruolo del sistema militare e dell’industria che lo alimenta. Al contrario, esso risulta sempre più presente non solo in ambiti connessi alla difesa nazionale, ma anche in contesti molto diversi (ricerca scientifica, telecomunicazioni e tecnologie digitali, tutela dell’ordine pubblico, protezione civile, sanità…), sui quali i militari stanno da anni esercitando la loro ‘mimetica’ influenza, presentandosi come provvidenziali ‘salvatori della Patria’. L’inasprirsi di situazioni esplicitamente belliche – unitamente alla pressione della NATO affinché i paesi membri aumentino le spese militari ed insieme con una diffusa tendenza ad ipotizzare il ritorno alla coscrizione militare obbligatoria – sta finalmente svegliando dal suo torpore la pubblica opinione rispetto alla possibilità di dover fronteggiare di nuovo una chiamata o richiamo alle armi.
Ma le proposte finora avanzate all’interno del movimento pacifista e disarmista, cui si accennava prima, sono state finora piuttosto deboli, frammentarie e caratterizzate da una carica più simbolica che fattiva. Una volta archiviate – benché non abrogate – sia la legge 230/1998 che prevedeva l’istituzione dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, sia la n. 64/2001, finalizzata ad istituire alternative difensive al servizio militare, il vuoto istituzionale in materia era ormai evidente. Si è cercato allora di colmarlo nel primo decennio degli anni 2000 con le campagne pacifiste a sostegno di alcune proposte più complessive cui ha aderito anche il M.I.R. – come quella legislativa d’iniziativa popolare su Un’altra difesa è possibile[iv] e quella che sostiene l’istituzione nel nostro Paese di un innovativo Ministero della Pace[v] .
A volte ritornano
Eppure la via legislativa, sebbene importante, non è stata capace di mobilitare il mondo pacifista disarmista e antimilitarista, anche perché entrambi le proposte son rimaste impantanate nei meandri della burocrazia istituzionale. In quest’ultimo periodo, quindi, l’obiettivo si è spostato nuovamente sull’affermazione del diritto ad obiettare al servizio militare, cercando di svegliare le coscienze assopite di troppi connazionali, convinti che si tratti di una questione astratta e non attuale. Proprio dal M.I.R. infatti, era partita una riflessione su come impostare in modo efficace una campagna per rilanciare l’obiezione ad una coscrizione militare tuttora sospesa, ma non abolita. Le accelerazioni impresse dalle campagne lanciate dal Movimento Nonviolento prima [vi] e dai Disarmisti Esigenti poi [vii] hanno però impedito un confronto più ampio e trasversale, perseguendo una strada più simbolica che effettiva. Avendo ipotizzato una dichiarazione di obiezione di coscienza preventiva impostata più che altro come manifestazione d’impegno personale o come sottoscrizione di una petizione di principio, infatti, non costituiscono un atto formale nei confronti del Ministero della difesa, come viceversa sarebbe auspicabile anche alla luce della stessa normativa vigente in materia.
Se è vero, come suggerisce il titolo del paragrafo, che si profila sempre più concretamente l’ipotesi del ritorno ad un reclutamento generalizzato che sembrava superato, la risposta del variegato arcipelago pacifista dovrebbe essere di conseguenza meno simbolica e più concreta, oltre che auspicabilmente collettiva ed unitaria. Ma quali sono le considerazioni che ho avanzato all’interno del M.I.R. a tal proposito?
(1) Il Codice dell’Ordinamento Militare (C.O.M). comprende già dal 2010 tutta la normativa concernente il “servizio militare obbligatorio” (sospeso dal 2005), il suo eventuale ripristino in seguito alla dichiarazione dello “stato di guerra” o di “grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale”. Anche in questo caso si prevede che il cittadino maschio arruolato possa dichiarare la ‘preferenza’ per un servizio civile non armato e/o per la vera e propria ‘obiezione di coscienza’, optando per un servizio civile (in enti, comuni e perfino all’estero, in missioni umanitarie non armate).
(2) Modalità e tempistiche per le operazioni riguardanti le operazioni di chiamata alla leva e di successivo arruolamento sono già prescritte dal C.O.M., ma dovrebbero comunque essere notificate ai cittadini mediante i prescritti manifesti comunali, specificando che il ‘servizio obbligatorio’ a cui sono chiamati riguarda coloro che saranno arruolati nelle tre armi della Difesa, ma anche quelli che scelgano di prestare un servizio civile alternativo a quello militare, in particolare se si dichiarano ‘obiettori di coscienza’, per la stessa durata di 10 mesi (prorogabili in caso di emergenza bellica) e con gli stessi diritti e doveri. La mancanza di adeguata e completa pubblicizzazione (con manifesto cartaceo e/o in via telematica) delle fasi del reclutamento e, in particolare, del diritto di obiettare entro 15 giorni dall’arruolamento, costituisce pertanto una grave omissione rispetto al compito demandato ai Sindaci – Ufficiali di governo – ma anche da parte degli Uffici Leva territoriali del Ministro della Difesa (cui spetta stabilire il modello di manifesto, indicando i titoli di dispensa, ritardo, rinvio, e le relative modalità, nonché le altre informazioni di cui all’articolo 1974).
(3) Considerando la grave mancanza di trasparenza amministrativa (manifesti di chiamata alla leva, opuscolo informativo, relazioni annuali al Parlamento), pur trovandoci ancora in condizioni ordinarie, è facilmente ipotizzabile che “in considerazione della eccezionalità e urgenza determinate dallo stato di guerra o di grave crisi internazionale” si procederà, come peraltro previsto, senza applicare gli articoli 7, 8, 10-bis, della stessa legge sulla trasparenza. Conseguentemente, la chiamata alla leva e quella successiva, sarebbero “sottratti all’obbligo di motivazione […] omessa in caso di assoluta indifferibilità e urgenza”, accogliendo le richieste solo se “compatibili con le esigenze di urgenza o segreto”.
Che fare?
L’avvio non condiviso di campagne nazionali sull’obiezione di coscienza da parte di alcuni soggetti della costellazione pacifista ha determinato per il M.I.R. l’oggettiva difficoltà di avviare quanto stava programmando da tempo, per non creare sovrapposizioni e situazioni contrastanti che potrebbero disorientare i nostri stessi interlocutori. D’altronde, considerata la centralità che questo aspetto riveste nella complessiva proposta nonviolenta, ecopacifista ed antimilitarista del nostro Movimento, non ci è sembrato giusto né opportuno desistere né limitarci a confluire acriticamente nelle campagne già avviate. Apprezziamo quanto alcuni amici della Fraternità dell’Arca[viii] stanno facendo per ricucire pazientemente il tessuto delle organizzazioni pacifiste su questo tema e ci auguriamo che questo sforzo dia risultati apprezzabili. Abbiamo comunque deciso di partire con specifiche iniziative di rilancio dell’obiezione di coscienza alla guerra e al militarismo, per adesso agendo sperimentalmente in alcune aree territoriali. La natura di queste iniziative è duplice: da un lato puntiamo a denunciare la palese mancanza di adeguata informazione da parte delle istituzioni a ciò preposte, dall’altro vogliamo andare oltre la controinformazione, per sensibilizzare i più giovani all’esigenza – etica e politica – di fare da subito impegnative e fattive scelte personali, dichiarando preventivamente il loro rifiuto del servizio militare e l’opzione per un servizio civile non genericamente ‘volontario’, ma mirante a un modello alternativo di difesa.
Nel primo caso, ai gruppi e sedi locali del M.I.R. interessati e motivati in tal senso si propone di sollecitareinterrogazioni e/o interpellanze nei rispettivi consigli comunali, chiedendo per quali motivi non siano state applicate le norme vigenti in materia d’informazione sui diritti e doveri dei cittadini iscritti nelle liste di leva ed eventualmente arruolati o richiamati a svolgere un servizio obbligatorio, ai sensi dell’art. 52 della Costituzione. Considerando le diffuse inadempienze, sarebbe possibile seguire anche la strada giudiziaria, diffidando formalmente Sindaci e Responsabili territoriali degli Uffici di Leva a darne a breve adeguata informazione. Laddove non si raggiungessero per questa via apprezzabili risultati, si potrebbero presentare alla magistratura esposti-denunce contro le persistenti omissioni, che danneggiano una notevole fascia della popolazione, compresa tra 18 e 45 anni, e quindi pari a circa il 28% degli italiani. Ovviamente – è bene precisarlo – un percorso di questo genere servirebbe soprattutto a stimolare i pubblici funzionari ed a sensibilizzare i media sulla questione, con ovvie ricadute positive sull’opinione pubblica, tuttora largamente ignara e disinformata.
Nel secondo caso – naturalmente più specifico per un movimento nonviolento che persegua una metodologia fondata sull’azione dal basso e la resistenza civile – proponiamo di lanciare una campagna informativa dal basso sul significato ed il valore dell’obiezione di coscienza. Per questo possono essere utilizzati comunicati stampa, volantinaggi davanti alle scuole ed alle facoltà universitarie e tutti gli altri strumenti disponibili, per raggiungere anche mediaticamente non solo i giovani arruolabili, ma anche persone adulte potenzialmente richiamabili alle armi, ricorrendo ad esempio ai canali ‘social’, su cui pubblicare messaggi ma anche brevi video.
Tali azioni di denuncia e di propaganda dell’obiezione di coscienza, come strumento concreto per opporsi in prima persona alla guerra e al militarismo e perseguire una difesa civile e nonviolenta, prevedono ovviamente che chi le promuove sia anche in grado di offrire risposte reali alle persone che rispondano effettivamente a tale appello. Ciò significa che va approntato quanto prima un modello di dichiarazione formale di obiezione di coscienza che si richiami alla normativa vigente (il citato Codice dell’Ordinamento Militare, ma anche le precedenti leggi in materia di OdC e di Servizio Civile), facendo riferimento in particolare a quanto previsto dal comma 1 dell’art. 2097 dello stesso C.O.M. Vanno comunque esposte con chiarezza le motivazioni personali del rifiuto di prestare il servizio militare e, soprattutto, è opportuno esplicitare la volontà di contribuire ad organizzare in forma strutturata e duratura una Difesa civile, non armata e nonviolenta, formandosi ad essa in alternativa al servizio militare.
Allo stato, esistono già due facsimili di dichiarazioni, ma è del tutto evidente che si tratta di documenti che hanno un valore più politico-militante che di dichiarazione formale. Nel primo caso, inoltre, vengono individuati come destinatari delle dichiarazioni via P.E.C. il Presidente della Repubblica, quello del Consiglio, il Ministro della Difesa ed il Capo di S.M. dell’Esercito Italiano. Nel secondo, si tratta invece di una ura e semplice ‘petizione’ senza alcun valore ufficiale, da inoltrare eventualmente via P.E.C. anche al Quirinale, al Capo del Governo ed al Ministro della Difesa. Ebbene, se si vuole andare oltre un atto meramente simbolico ed ‘ufficializzare’ davvero la propria dichiarazione di obiezione di coscienza, essa andrebbe firmata e inviata per raccomandata A/R o P.E.C esclusivamente agli interlocutori effettivi, cioè gli Uffici Leva Militare dei rispettivi Comuni, i Centri Documentali (ex Distretti Militari) competenti per territorio e l’8° reparto della Direzione Generale della previdenza militare e della leva (Previmil).
Va ulteriormente precisato che una dichiarazione ‘preventiva’ di obiezione al servizio militare costituisce comunque un’anomalia dal punto di vista strettamente formale. In teoria, infatti, si dovrebbe attendere l’eventuale ripristino del servizio di leva obbligatorio, la chiamata alla visita di leva, formulando la domanda di OdC entro 15 giorni dall’effettivo arruolamento. Tenuto conto, però, che in uno stato di emergenza tempi e modi della procedura sarebbero inevitabilmente accorciati e semplificati, a danno della trasparenza amministrativa (come previsto dal già citato c. 4 dell’art. 1948 del C.O.M.), pur riconoscendo che si tratta sicuramente di un atto squisitamente politico, va sottolineato che ad una dichiarazione preventiva di OdC, sebbene burocraticamente irrituale, sarebbe difficile non riconoscere un effettivo valore, come esplicita manifestazione di volontà rispetto ad una possibilità già prevista da un Codice vigente e da leggi mai abrogate.
In conclusione
Alcune prime esperienze in tal senso sono state finora intraprese, all’interno del M.I.R. Italia, dalla sede di Moncalieri (TO) dove, grazie al suo stimolo, nel Consiglio Comunale da un gruppo consigliare è stata presentata una interrogazione scritta in merito ai motivi della mancata informazione dei cittadini sugli adempimenti relativi al servizio di leva.
Un’altra azione è stata portata avanti dalla sede di Napoli, in occasione della Giornata dell’OdC, con un comunicato stampapubblicizzato anche dai media[x], che preannunciava successivi interventi di controinformazione e pubblicizzazione dell’OdC. Essi sono stati realizzati, finora, con volantinaggi davanti a quattro istituti scolastici superiori, che hanno consentito di raggiungere diverse centinaia di giovani del biennio col nostro messaggio e con informazioni dirette. In collaborazione con il Comitato Pace e Disarmo Campania (cui il M.I.R. Napoli aderisce da molto tempo), si prevede poi di proseguire con altri volantinaggi, di formulare e presentare una formale diffida legale al Sindaco di Napoli affinché adempia agli obblighi d’informazione in materia di Leva e di svolgere quanto prima una significativa manifestazione pubblica sull’obiezione come strumento di opposizione concreta e fattiva alla guerra ed al militarismo.
Ovviamente ci auguriamo che altre realtà territoriali del M.I.R. intraprendano iniziative simili e, soprattutto, che il movimento per la pace italiano riesca a dialogare al suo interno e ad esprimersi unitariamente con una campagna comune, coinvolgendo gli Enti di Servizio Civile, gli aderenti alla Rete Italiana Pace e Disarmo e, per quanto ci riguarda più specificamente, anche le organizzazioni di matrice religiosa, in un’ottica ecumenica di nonviolenza attiva e di costruzione della pace.
(*)Ermete Ferraro è responsabile locale e presidente nazionale del M.I.R. Italia.