Che c’entrano le Regioni con le istanze ecologiste e pacifiste?

In occasione delle prossime elezioni dei consigli regionali, ho notato una certa timidezza da parte degli esponenti dei movimenti ambientalisti e pacifisti nel presentare ai candidati dei vari partiti istanze più specifiche, come se amministrare le Regioni o comunque far parte degli organismi consiliari – cui da decenni è riconosciuta una funzione non solo deliberativa ma pienamente legislativa in alcune materie – non avesse molto a che vedere con le loro specifiche vertenze.
Da attivista ecopacifista ed esponente locale e nazionale di un’associazione ambientalista che si muove da tempo su questa linea, vorrei controbattere la tesi secondo la quale gli Enti Regionali non avrebbero particolari competenze in tali materie, e quindi per coloro i quali si candidano alle prossime elezioni non avrebbe senso esprimersi su simili questioni, peraltro abbastanza scottanti e non particolarmente ‘popolari’.
Eppure in una regione come la Campania sappiamo tutti che lo scempio del territorio è largamente frutto di pratiche di cementificazione, di abusivismo edilizio e d’inquinamento delle varie matrici ambientali (aria, acqua, suolo). Eppure ai meno disattenti non dovrebbe sfuggire che non solo l’abusivismo edilizio ma anche la mancata pianificazione urbanistica del territorio campano ha finora dato vita a veri e propri ecomostri, Perfino la nuova legge urbanistica approvata dal Consiglio Regionale – paradossalmente proprio in nome della ‘rigenerazione’ e della tutela ambientale – sta di fatto aprendo nuovi spazi al saccheggio del territorio e alla sua ulteriore cementificazione, a danno delle risorse agricole e della tutela degli ecosistemi.
Lo hanno denunciato le associazioni ambientaliste ma anche autorevoli architetti, urbanisti, sindacalisti ed esponenti della società civile, elaborando e proponendo un’articolata proposta alternativa, chiamata non a caso ‘l’Altra Legge’, che mira ad un reale ‘governo del territorio’, per salvaguardare i delicati equilibri ecologici oltre che la legalità e la vivibilità.
La gestione del territorio va sottoposta a ‘servitù militari’?

Eppure, come denunciano le organizzazioni pacifiste, in Campania registriamo da decenni il territorio ed il mare tra i più militarizzati, gravati come sono da una quantità di servitù militari. Io stesso me ne sono ripetutamente occupato in vari contributi relativi a tale Campania Bellatrix e sempre meno Felix, mettendo in evidenza la presenza ingombrante ed assurdamente insindacabile di strutture ed impianti appartenenti non solo alle forze armate italiane, ma anche alla NATO e alla US Navy, di cui la Città Metropolitana di Napoli ‘ospita’ i relativi Comandi strategici, con evidenti ricadute negative, oltre che sull’ambiente e la salute, anche sulla stessa sicurezza delle comunità residenti.
Qualcuno obietterà ancora che le Regioni non hanno specifiche competenze in proposito, ma sbaglierebbe, poiché – ai sensi dell’art. 320 del Dlgs 66/2010 o ‘Codice dell’Ordinamento Militare’, nell’ambito del Titolo VI (“Limitazioni a beni e attività altrui nell’interesse della difesa”), presso ogni Regione opera già un Comitato misto paritetico, relativo alla normativa nazionale che impone limiti diretti al diritto di proprietà insistente su aree limitrofe ad opere permanenti o semi-permanenti di difesa. Il successivo art. 322 dello stesso testo legislativo, infatti, affidava a tale organismo l’esame dei programmi delle installazioni militari. Nella nostra Regione, ad esempio, si tratta dell’Ufficio speciale 304 00 00 – Legalità e Sicurezza integrata, Sistemi territoriali, Immigrazione (dirigente: Ciro Russo), che, tra l’altro, “cura gli adempimenti amministrativi connessi all’assolvimento degli obblighi derivanti dall’ordinamento militare e servitù militari”.
La normativa che disciplina le servitù militari è già molto restrittiva e tende ad oltrepassare le normative regionali in materia di ambiente, in nome delle esigenze prioritarie della ‘difesa’. Purtroppo – come è stato denunciato dall’Assessore competente della Regione Sarda (v. articolo) ma colpevolmente ignorato dai nostri politici – la proposta di legge n. 1887, a firma della deputata P. M. Chiesa (F.d.I.), all’esame della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, intende introdurre ulteriori e rilevanti modifiche al Codice dell’Ordinamento Militare.
Le esigenze della ‘difesa’ prevalgono su quelle dei cittadini?

In effetti, si sottolinea nell’articolo citato, tale modifica “rischia di subordinare, in modo indeterminato, l’efficacia delle normative regionali a una valutazione discrezionale e unilaterale da parte dello Stato. Particolarmente allarmante è la previsione secondo cui i siti militari e le aree addestrative permanenti verrebbero assimilati ai siti industriali dismessi. Una simile equiparazione comporterebbe, nei fatti, l’adozione di soglie di contaminazione del suolo più elevate – ad esempio metalli pesanti, idrocarburi o esplosivi residui – rispetto a quelle previste per uso residenziale o agricolo, riducendo le garanzie di tutela ambientale e sanitaria per la popolazione e per gli ecosistemi […] Un ulteriore motivo di preoccupazione è rappresentato dalla disposizione che subordina alla previa autorizzazione dello Stato Maggiore della Difesa l’apposizione di vincoli ambientali e paesaggistici da parte delle Regioni”.
Eppure nessuno ne parla, ma non può sfuggire che, proprio in un momento in cui l’attuale governo intende estendere le competenze regionali in nome dell’autonomia gestionale, approvando quei due brevi emendamenti alla normativa vigente, lo Stato esproprierebbe totalmente gli Enti regionali della loro facoltà di salvaguardare gli equilibri ecologici del proprio territorio, apponendo vincoli alla realizzazione di strutture potenzialmente incompatibili con essi. L’ultima parola su tali eventuali conflitti tra esigenze ambientali e militari, infatti, spetterebbe dunque direttamente “allo Stato maggiore della Difesa”, bypassando ogni potere di controllo amministrativo e politico degli organi democraticamente eletti.
Mare risorsa comune oppure privatizzata e militarizzata?
Da ecopacifista – fin dagli anni ’70 impegnato come ricercatore, educatore e attivista nelle organizzazioni nonviolente ed antimilitariste ed attualmente Presidente dello storico Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR Italia) – ritengo davvero preoccupante una simile ed ulteriore militarizzazione del nostro territorio, sempre più sottratto a controlli ambientali ed a legittimi vincoli socio-economici.
Bisogna inoltre denunciare la persistente ed allarmante presenza in Campania di ben due porti nuclearizzati (Napoli e Castellamare di Stabia), per la cui sicurezza si è fatto finora poco o nulla, nella totale opacità dei piani di protezione civile pur vigenti da decenni. Sull’esigenza di trasparenza ed informazione dei cittadini, infatti, si è battuto il Comitato Pace e Disarmo Campania (cui da lungo tempo aderiscono, in chiave ecopacifista, sia il Circolo di Napoli di V.A.S. (Verdi Ambiente e Società), sia la sede di Napoli del M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione), pubblicizzando il già secretato Piano di Emergenza Esterna del Porto di Napoli e premendo sulle istituzioni, a partire dal Comune, per una sua effettiva attuazione.
Come tacere, infine, del fatto che perfino i nostri splendidi litorali sono stati da tempo sottratti per il 60% alla fruizione pubblica, riservandone addirittura alcuni all’esclusivo utilizzo del personale delle forze armate, con ben 7 spiagge militari? (vedi in proposito il mio articolo sulla rivista Nuova Verde Ambiente n.2/2023, p.32 ed il comunicato stampa VAS Napoli di ottobre 2025). Anche della meritoria mobilitazione di comitati civici ed associazioni ambientaliste per rivendicare il diritto di tutti i cittadini a godere della risorsa-mare ed a vederla protetta da ogni forma d’inquinamento e degrado ecologico, in questa campagna elettorale si è parlato troppo poco, come se la Regione dovesse occuparsi d’altro. Ecco perché, da ecopacifisti, facciamo appello alle forze politiche affinché invece tengano opportunamente conto del ruolo che essa può e deve avere per scongiurare un’ulteriore sottomissione del governo del territorio alle discutibili esigenze della ‘ragion bellica’.
