Sostiene san Giacomo…

Un messaggio che ci viene da lontano

Ê da poco (21 settembre) che abbiamo celebrato la Giornata internazionale della Pace [i], ricordando con iniziative pubbliche i valori ed i metodi della nonviolenza attiva, sebbene quotidianamente sommersi dalle ‘cattive novelle’ di nuovi bombardamenti, scontri sanguinosi, catastrofi umanitarie e devastazioni ambientali. Ecco perché la liturgia della domenica successiva è risuonata ancora più significativa, già ascoltando i versetti della prima lettura («Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta…» Sap. 2:12), ma soprattutto quando ci ha riproposto di seguito un brano che trovo particolarmente attuale ed efficace, tratto dalla lettera di Giacomo:

«Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia.  Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.» (Gc. 3,16-4,3).

Immersi come siamo nelle complesse analisi politologiche e nelle approfondite ricerche sull’origine e le dinamiche delle guerre – di cui si alimentano scientificamente i peace studiesqueste poche ma essenziali frasi, scritte due millenni fa dall’apostolo Giacomo il Giusto [ii], potrebbero forse apparire moralistiche o comunque semplicistiche. Credo invece che andrebbero ben ponderate, proprio per cercare di comprendere la fratricida logica della violenza e della guerra. Ovviamente serve anche una lettura più attenta ed accurata dei brani citati, avvalendoci del supporto filologico del testo originale in lingua greca, in modo da cogliere la radice semantica di alcune parole-chiave.

Alle radici della violenza

Secondo Giacomo, all’origine dell’aggressività distruttiva, ci sono fondamentalmente due diffusi atteggiamenti mentali (la ‘gelosia’ e lo ‘spirito di contesa’), capaci di suscitare le ‘passioni’ che, a loro volta, provocano ‘guerre e liti’. Scendendo in profondità nella psiche umana, l‘apostolo sembra poi individuarne due moventi ben precisi: da un lato il ‘desiderio di possedere’, spesso frustrato, dall’altro la frequente tendenza a cercare un modo sbrigativo per ‘ottenere’ ciò che si desidera, e che quindi ci rende ‘invidiosi’.  Ebbene, tutti questi termini assumono un senso più preciso e completo se li raffrontiamo con le parole greche originali e le loro rispettive radici etimologiche.

Ciò che è stato tradotto con ‘gelosia’, ad esempio, corrisponde al vocabolo greco ζῆλος (zèlos), che ha un significato molto vario e sfumato, che va da ‘eccitamento della mente, ardore, fervore (a favore di qualcuno oppure contro qualcosa)’ a ‘rivalità invidiosa e polemica’ e, appunto, ‘gelosia’ [iii].  In ogni caso, la radice della parola indica che si tratta di un’emozione forte, bruciante, che fa ribollire in sangue e spinge ad agire d’impulso. [iv]  L’altro termine, reso con ‘spirito di contesa’ (o, in altre versioni, con ‘conflitto’ ‘faziosità’ o ‘partigianeria’) traduce ἐριθεία (erithéia),vocabolo greco dal senso altrettanto variegato, che suggerisce comunque il perseguimento di modalità di soluzione dei conflitti poco pulite, intriganti e palesemente di parte. Mentre nel primo caso l’aggressività origina da un’emozione, nel secondo si tratta di un atteggiamento deliberato, volutamente polemico e fazioso. Entrambi però, secondo Giacomo, alimentano quelle “passioni che fanno guerra nelle (nostre) membra”, espressione che in nell’originale era: “Πόθεν πόλεμοι καὶ μάχαι ἐν ὑμῖν οὐκ ἐντεῦθεν ἐκ τῶν ἡδονῶν ὑμῶν τῶν στρατευομένων ἐν τοῖς μέλεσιν ὑμῶν”, laddove il termine greco ἡδονή (hedoné)indica i desideri istintuali, smodati, legati al piacere. Sono loro che “combattono” (il verbo originale è στρατεύω / stratèuo) dentro di noi prima ancora di manifestarsi violentemente all’esterno, sotto forma di “πόλεμοι καὶ μάχαι, tradotto in italiano con “guerre e liti”.  In effetti, πόλεμος (pòlemos) – equivalente all’ebraico מִלְחָמָה (milchamà)indica il vero e proprio conflitto bellico, cioè la guerra[v], mentre μάχη (màche) è un termine più generico, rendibile con: combattimento, lotta, battaglia, controversia [vi]. In ogni caso, questi conflitti violenti, sostiene affondano la loro radice già dentro di noi ed è là che vanno individuati, per cercare risposte alternative, che non si limitino a non essere distruttive, ma costruiscano relazioni pacifiche.

Come si costruisce la pace

Nella prima parte del brano citato della lettera, Giacomo ci suggeriva come superare lo stato di ‘disordine’ ed ‘ogni sorta di cattive azioni’,provocate appunto da ‘gelosia e spirito di contesa’. Nel testo originale greco le prima delle due parole-chiave è ἀκαταστασία (akatastasìa),traducibile con: “instabilità, stato di disordine, disturbo, confusione, tumulto”. [vii], mentre la seconda espressione “πᾶν φαῦλον πρᾶγμα(pàn phàulon pragma) caratterizza questo genere di azioni con un aggettivo greco che significa sostanzialmente “eticamente cattivo, malvagio[viii], ma anche “ordinario”, “comune”, quasi a sottolineare un’innata e diffusa tendenza umana alla cattiveria.

Ma per costruire l’alternativa di pace ad un mondo di violenze e guerre – afferma Giacomo – non serve la σοφία (sophìa), cioè una saggezza puramente umana, classificata come “terrena, animale, diabolica” (per mutuare la traduzione latina nella Vulgata degli aggettivi greci “ἐπίγειος ψυχική δαιμονιώδης”). La vera Sapienza, invece, ci “viene dall’alto (ἄνωθεν κατερχομένη) ed ha precise caratteristiche, puntualizzate da sei aggettivi greci: ἁγνός – εἰρηνικός – ἐπιεικής –εὐπειθής – ἀδιάκριτος – ἀνυπόκριτος. Solo questi atteggiamenti e comportamenti, infatti, possono essere all’origine di quei ‘frutti buoni’ (καρπῶν ἀγαθῶν) che noi chiamiamo pace. Ma, etimologicamente parlando, a che cosa si riferiscono con precisione questi sei attributi?

  • ἁγνός (agnòs) si può tradurre con: sacro, puro, casto, incontaminato, innocente [ix];
  • εἰρηνικός (eirenikòs) è ancora più trasparente, indicando appunto l’essere pacifico, amante della pace ma soprattutto apportatore di pace [x];
  • ἐπιεικής (epieikés) significa: equo, giusto, dolce, gentile, moderato, paziente, mite [xi];
  • εὐπειθής (eupeithés) ha il duplice significato di docile, ubbidiente, ma anche di convincente e capace di persuasione [xii] ;
  • ἀδιάκριτος (adiàkritos) è tradotto consenza ambiguità, incertezza, ma soprattutto con imparziale, non giudicante [xiii];
  • ἀνυπόκριτος (anypòkritos), infine, come il precedente usa la particella negativa iniziale per indicare chi non fa uso dell’ipocrisia, ed è quindi sincero, non-finto.

Sintetizzando, per san Giacomo la ‘sapienza’ che dovrebbe ispirarci per rifuggire dalle guerre e scongiurare la conflittualità violenta è quindi caratterizzata da: innocenza, ricerca della pace, mitezza, docilità, imparzialità e sincerità. Tutte virtù poco praticate già ai tempi Iontani in cui l’apostolo scriveva la sua lettera, ma che erano e restano i segni caratteristici del messaggio evangelico. Quella ‘buona notizia’ di salvezza, sempre più sommersa purtroppo da quelle cattive, che ci parlano di atteggiamenti e comportamenti sempre più amorali, spregiudicati e violenti, ma che, nonostante tutto, i seguaci di Cristo non dovrebbero mai tradire.

La nonviolenza attiva, anche in senso laico, s’ispira a quegli stessi valori, che sono alla base della proposta di società più giusta ecologica e pacifica, ben sapendo che la violenza – a tutti i livelli – è sempre frutto di pulsioni interne che l’umanità – con tutta la sua ‘sapienza’ e conoscenza acquisita – dovrebbe ormai saper dominare, se non vuole esserne dominata e annientata.


[i] Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/International_Day_of_Peace

[ii] Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_il_Giusto

[iii] Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g2205/kjv/tr/0-1/

[iv] Cfr. https://it.wiktionary.org/wiki/zelo#:~:text=Etimologia%20%2F%20Derivazione&text=dal%20latino%20tardo%20z%C4%93lus%20passando,%2Dati%2C%20riscaldarsi%2C%20bollire.

[v]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g4171/kjv/tr/0-1/

[vi]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g3163/kjv/tr/0-1/

[vii]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g181/kjv/tr/0-1/

[viii]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g5337/kjv/tr/0-1/

[ix]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g53/kjv/tr/0-1/  e https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?lemma=AGNOS100

[x]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g1516/kjv/tr/0-1/

[xi]  Cfr. https://www.blueletterbible.org/lexicon/g1933/kjv/tr/0-1/ e https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%09%E1%BC%90%CF%80%CE%B9%CE%B5%CE%B9%CE%BA%E1%BD%B5%CF%82

[xii] Cfr. https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%CE%B5%E1%BD%90%CF%80%CE%B5%CE%B9%CE%B8%E1%BD%B5%CF%82

[xiii] https://www.blueletterbible.org/lexicon/g87/kjv/tr/0-1/

© 2024 Ermete Ferraro

Da Giano a san Gennaro: chiudere le porte alla guerra.

* Ripubblico – con opportune modifiche ed aggiornamenti – un mio articolo del 2017

San-Gennaro

In questi giorni Napoli ha festeggiato ancora una volta il suo santo patrono, o meglio, quello principale e più venerato. San Gennaro, icona stessa della Città e della sua fervida religiosità popolare, esce in effetti dagli schemi agiografici tradizionali ed il suo martirio durante le persecuzioni di Diocleziano (la data del suo supplizio è collocata nei primi anni del IV secolo d.C.) ha assunto nel tempo un’importanza centrale rispetto alla sua azione pastorale, di cui si sa ben poco.

Il sangue del Gennaro (vescovo di Benevento e decapitato a Pozzuoli) è diventato il simbolo stesso di una religione sacrificale, i cui profeti e testimoni (in greco: martyres) attestano la loro fede e la loro fedeltà al Vangelo a costo della propria vita, nella certezza che “chi avrà perduto la vita per cagion mia la troverà” (Mt 10:39) e che “il sangue dei martiri è il seme dei Cristiani “ [i]. La centralità simbolica del sangue – come sottolineava l’antropologo Marino Niola nella presentazione ad un libro su questo argomento [ii] – è ben nota in tutto il Mezzogiorno e soprattutto a Napoli. Un territorio ed una città che di sangue ne hanno versato in gran quantità, soggetti come sono stati per troppi secoli a invasioni e dominazioni. Una terra dove il lavoro per guadagnarsi il pane non a caso è stato sempre chiamato fatica  ricalcando il termine latino labor (fatica, sofferenza) ed echeggiando quelli francese e spagnolo travaille trabajo. Una fatica che, citando una colorita espressione proverbiale, faceva (e spesso fa ancora) “jettà ‘o sanghe” , cosa invece ben diversa dal versarlo come sacrificio volontario.

Comprendiamo bene, quindi, l’innata simpatia che un popolo abituato a ‘gettare il sangue’ sul lavoro e per il lavoro, ma anche per colpa delle guerre, ha sempre provato nei confronti di un santo come Gennaro, il cui sangue è diventato segno tangibile di un’auspicata protezione ultraterrena contro le violenze quotidiane, i disastri bellici e perfino le sciagure naturali, come terremoti, eruzioni ed epidemie. Comprendiamo quindi perché i Napoletani – ed i Campani in genere – invochino da sempre il nome del loro patrono e difensore, anche se andrebbe precisato che Gennaro non era il nome proprio del santo martire beneventano, bensì quello di famiglia. Il vero appellativo personale in effetti non ci è noto (qualcuno ipotizza che fosse Procolo) mentre il cognome , con cui lo conosciamo, lo indicava come appartenente alla Gens Ianuaria. L’etimologia di questa denominazione si collega  quello del primo mese dell’anno, cioè Gennaio (Ianuarius), a sua volta così chiamato perché dedicato a Ianus/Giano, considerato dagli antichi Romani ‘Divum Deus/Pater’, ossia Dio e Padre degli altri Dei, divinità iniziale e principale del loro Pantheon.

giano-1

Ed al concetto di ‘inizio’ ci riconduce lo stesso nome Ianuscaratterizzato appunto come il ‘dio degli inizi’, il nume dei ‘passaggi’, in virtù della sua caratteristica testa bifronte, capace di guardare il passato ed il futuro. Giano era infatti il dio delle porte (in lat. ianua), che guardano all’interno ed all’esterno . Esse quindi sono il tramite del passaggio da un luogo all’altro, da un stato all’altro, e perciò simbolo stesso della transizione. Il tempio di Giano (in quel colle di Roma che poi sarà chiamato proprio Gianicolo) diventerà soprattutto simbolo stesso dell’antinomia pace/guerra, come abbiamo appreso anche grazie al resoconto storico di Tito Livio:

“Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re nel modo che si è detto, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale (fondamenti di cui fino a quel momento era stata priva). Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l’altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l’atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all’uso delle armi. Per questo motivo fece costruire ai piedi dell’Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni…” [iii]

La sacralità di questo simbolismo – che vedeva aperte le porte del tempio di Giano solo in occasione dei conflitti bellici, mentre la loro chiusura sanciva lo stato di pax – era e resta molto interessante e c’invita ad una seria riflessione di fronte ai nuovi e sempre più frequenti eventi bellici che agitano i nostri tempi. Ecco perché, oggi come allora, lo folle logica distruttrice della guerra va bloccata con fermezza, chiudendo a chiave le porte all’aggressività imperialista che diventa minaccia armata o, peggio, ripropone il terrore nucleare. Un’esigenza proclamata già da Virgilio,che aveva definito ‘empio’ (cioè in contrasto con lo spirito religioso): il ‘furore’ di chi crede di risolvere le cose con la crudeltà della guerra: “…dirae ferro et compagibus artis claudentur Belli portae; Furor impius intus saeva sedens super arma”  (“con duri chiavistelli di ferro saranno chiuse le porte della Guerra; l’empio Furore all’interno, seduto sulle armi crudeli …”  [iv].

Eppure continuiamo ad assistere impotenti non solo alla sacrilega commistione tra ideologie di guerra e motivazioni pseudo-religiose, ma anche all’ottusa visione di chi continua a blaterare di guerre giuste e, soprattutto, della necessità di difendere la pace con le armi. La nefasta dottrina romana del “si vis pacem para bellum” resta infatti dura a morire ed a poco sono serviti secoli di autorevoli appelli di pontefici e capi religiosi sull’inconciliabilità della guerra con qualsiasi fede che affermi la sacralità della vita e predichi la fratellanza. Eppure, alcuni anni fa, qualcuno tentò d’inserire nelle celebrazioni per la Festa di san Gennaro un concerto della banda della US Navy. Quel tentativo per fortuna fu vivacemente contrastato dal movimento napoletano per la pace ed opportunamente si decise di cancellare questo spettacolo. Come scrissi sarcasticamente in quell’occasione:

“Ma da quando il patrono di Napoli si chiama GenNato? Chi ha deciso che il vescovo che col suo martirio ha testimoniato la mitezza cristiana contrapposta all’arroganza imperialista, debba trasformarsi in un’icona della marina militare americana, una specie di San GenNavy? E, interrogativo ultimo ma non per importanza, la Chiesa di Papa Francesco e dei suoi predecessori – che ha lanciato ripetuti ed accorati moniti contro la follia della guerra, il mercato degli armamenti che l’alimenta e l’ingiustizia globalizzata che la causa – è la stessa che accetta, o quanto meno non contrasta, il vergognoso accostamento tra il santo che il sangue lo ha versato da martire ed una rappresentanza di quelle forze armate che invece stanno preparandosi a versare altro sangue in nome del complesso militare-industriale e d’un modello di sviluppo iniquo, violento e insostenibile?” [v]

tempio_di_giano

Però, a quanto pare, questa strisciante e pericolosa tendenza a mescolare non solo sacro e profano, ma ciò che è pio con ciò che Virigilio chiamava empio, non si direbbe del tutto eliminata. Nel 2017, infatti, tra le celebrazioni che precederono la celebrazione del santo patrono di Napoli e della Campania, ci fu una celebrazione eucaristica presso la base militare di Gricignano (Caserta) della U.S. Navy[vi]   E ancora una volta mi chiesti ‘che ci azzecca’  il nostro venerato Patrono con fanfare stellette e fucili; soprattutto, perché si consenta non solo commercializzazione della tradizionale festa religiosa (trasformata all’americana nel San Gennaro Day [vii]), ma perfino la sua militarizzazione. Ricordo, fra l’altro,che solo due giorni dopo il ricordo di san Gennaro, il 21 settembre, si celebra ovunque la Giornata Internazionale della Pace [viii].

E’ stata, ed è ancora, un’occasione per ribadire che bisogna chiudere le porte in faccia a tutte le guerre e sigillarle definitivamente per quelle nucleari, ma anche che non sono accettabili confusioni tra il sangue dei martiri per la fede e quello versato ‘per la patria’, di cui si sono cinicamente nutriti gli interessi dell’imperialismo e del sistema militare-industriale. Certamente la pace non è solo assenza di guerre, ma non c’è dubbio che l’affermazione della nonviolenza passi per la cancellazione della perversa e ricorrente logica militarista e bellica, facendo conoscere e praticae modelli alternativi di difesa e di sviluppo. Perché, citando Gianni Rodari in una sua candida ma efficace filastrocca: “Sarebbe una festa per tutta la terra / fare la pace prima della guerra!”. [x]

NOTE

[i]  Q.S.F Tertulliano, Apologeticum, 50,13

[ii] L. Malafronte, C. Maturo (a cura di), Urbs sanguinum, Napoli, Intra Moenia, 2008 >  http://www.urbs-sanguinum.freeservers.com/presentazione.html)

[iii] T. Livio, Storia di Roma. Libro I cap. 19  >  http://www.deltacomweb.it/storiaromana/titolivio_storia_di_roma.pdf  – sott. mie

[iv]  Virgilio, Eneide, libro I, vv. 294-96 >  http://web.ltt.it/www-latino/virgilio/index-virgilio.htm

[v]  Ermete Ferraro, “Operazione San GenNato” (16.09.2015) > https://ermetespeacebook.com/2015/09/16/operazione-san-gennato/

[vi] https://www.pressreader.com/italy/il-mattino-caserta/20170917/282668982527991

[vii]  http://www.napolitime.it/101447-san-gennaro-day-sul-sagrato-del-duomo-napoli.html

[viii] http://www.un.org/en/events/peaceday/

[ix]  https://www.facebook.com/events/1744099985892166/?active_tab=discussion

[x] Stefano Panzarasa (a cura di), L’orecchio verde di Gianni Rodari – L’ecopacifismo, la visionarietà, la pratica della fantasia e le canzoni ecologiste, Viterbo, Stampa Alternativa, 2011


(C) 2024 Ermete Ferraro (pubblicato in origine nel 2017)

Serpenti & Colombe

Durante la recente riunione plenaria del Comitato Pace e Disarmo Campania [i], convocata alla ripresa delle attività per rilanciarne nel modo più efficace le azioni, padre Alex Zanotelli – che ne è animatore e portavoce – fra l’altro ha citato la nota frase evangelica in cui Gesù ammaestra i suoi discepoli, avvertendoli di stare attenti, poiché li sta inviando a predicare la Buona Notizia in un mondo ostile ed assai poco disposto ad accettarla. Il versetto in questione, nella traduzione corrente della Chiesa Cattolica, suona: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe [ii]  Gli aggettivi italiani utilizzati per indicare i due atteggiamenti, apparentemente contrastanti, che il Maestro suggeriva allora (e propone anche oggi a chi voglia farsene seguace e testimone) sono evidentemente il calco di quelli impiegati nella Vulgata latina (IV secolo, san Girolamo): «Ecce ego mitto vos sicut oves in medio luporum estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbæ [iii]  Talvolta però accade che la tradizionale fedeltà alla versione latina del Nuovo Testamento rischi di tradire il senso del testo evangelico originario, che in lingua greca è: «δού, γ ποστέλλω μς ς πρόβατα ν μέσ λύκων· γίνεσθε ον φρόνιμοι ς ο φεις κα κέραιοι ς α περιστεραί.» [iv]

Nel mondo protestante ed evangelico l’attenzione al testo originale è più evidente, come dimostrano le conseguenti varianti nelle diverse versioni delle Sacre Scritture. Un utilissimo e moderno presidio per lo studio biblico è il sito web cui spesso attingo nelle mie ricerche (www.blueletterbible.org ), che non si limita ad offrire il testo inglese dei versetti ricercati, ma offre   la gamma delle versioni bibliche di tradizione anglosassone-protestante. Consultando questa risorsa informatica a proposito del versetto di Matteo in questione, infatti, le traduzioni offerte dei due aggettivi sono, rispettivamente “wise” (saggio – sapiente) ed “harmless” (innocuo – inoffensivo).[v] Da una ricerca più approfondita delle varie versioni inglesi, però, risulta che gli aggettivi possono essere anche altri. Nel primo caso: shrewd = scaltro, astuto, accorto (NIV), wary = cauto, diffidente (NASB20), prudent = prudente(DBY) e, nel secondo caso: innocent = innocente (ESV – CSB…) e guileless = ingenuo (DBY). [vi]

Di fronte a questo ventaglio di possibili (ma diverse) traduzioni viene spontaneo chiedersi quali attributi Gesù abbia effettivamente usato per rendere i propri discepoli più consapevoli del miglior atteggiamento da adottare nella loro difficile opera di evangelizzazione? Purtroppo non conosciamo gli aggettivi ebraici (o meglio, aramaici) che furono allora pronunciati dal Cristo, ma abbiamo comunque a disposizione il testo greco originale, dal quale possiamo appunto estrapolare il senso più autentico (direi etimologico) di quei due attributi.

Il primo è φρόνιμος /phròsimos che, nel lessico cui rinvia il sussidio inglese citato, viene  tradotto: «Intelligente, saggio, prudente, cioè attento ai propri interessi, riflessivo, cioè sagace o discreto (implicando un carattere cauto; denota abilità pratica o acume; indica piuttosto intelligenza o acquisizione mentale);[…] נ בון, ח כ ם, מ ב ין = intelligente, comprensivo.» [vii]   Un vocabolario on line del greco antico traduce φρόνιμος con: “intelligente, prudente, saggio, giudizioso, perspicace[viii], ma basta consultare il nostro classico ‘Rocci’ per comprendere che l’aggettivo deriva dal verbo greco φρονέω (phronéo), indicante l’essere saggio, assennato, ragionevole, riflessivo [ix], da cui anche il sostantivo φρόνημα (phrònema), ossia: intelligenza, pensiero etc. [x]. L’immersione nel testo originario, dunque, ci consente d’interpretare metaforicamente il serpente come simbolo di un’intelligenza/conoscenza della realtà che rende saggi, prudenti, giudiziosi ed accorti. Ecco perché i seguaci di Cristo dovrebbero prendere molto sul serio la Sua paterna raccomandazione di non lasciarsi prendere dall’emotività, dallo spontaneismo e dall’imprudenza, proprio perché riflessione e cautela non denotano un atteggiamento timoroso o vile ma, al contrario, la piena consapevolezza della necessità di agire ‘nel mondo’ [xi] con saggezza e, perché no, anche con scaltrezza, consci di operare in un contesto spesso ostile o comunque poco accogliente verso una proposta radicalmente alternativa. Particolarmente interessante, sul piano teologico, è il riferimento di Gesù in questo contesto proprio ad un animale ‘scomodo’ e con una cattiva fama come il serpente (ὄφις – òphis). Se ne parla infatti in 8 testi biblici, sia dell’Antico Testamento (Genesi) sia di quello Nuovo (Matteo, Marco, Luca, Giovanni, I e II lettera ai Corinzi, Apocalisse) e quasi sempre in modo negativo, cioè come animale astuto, tentatore ed infido. Ciononostante, in Mt. 10:16 il Maestro indica proprio il serpente come simbolo di un atteggiamento cauto, attento e saggio, invitandoci a non ignorare i pericoli della scelta evangelica e ad essere quindi pratici, prudenti, concreti e – come si dice a Napoli – abbasàti, ossia saggi e capaci di mantenere ‘i piedi per terra’.

Il secondo attributo da approfondire è ἀκέραιος / akéraios, comunemente reso in italiano con semplice ricalcando la versione latina, ma di cui abbiamo visto possibile scegliere fra altre possibili traduzioni (innocuo, inoffensivo, innocente, ingenuo). In effetti, come risulta consultando un vocabolario del greco antico, ci sarebbero ulteriori modi di rendere questo aggettivo: intatto, incolume, illeso, intero, integro, incontaminato, puro. [xii] L’etimologia di ἀκέραιος/akéraios, d’altra parte, rinvia principalmente al concetto di integrità (l’alfa privativa nega infatti l’aggettivo kèraios che allude alla distruzione, alla separazione di qualcosa d’intero), ma anche al verbo greco κεράννυμι / kerànnymi, il cui senso è mescolare, mischiare e, in un certo senso, contaminare. In questo caso, l’animale-simbolo di tutte le qualità elencate, nel versetto di Matteo, è la colomba (in greco περιστερά – peristerà), da sempre iconica rappresentazione della pace, della riconciliazione, della mansuetudine e dell’innocenza. Uccello diffusissimo in Palestina, essa nella Bibbia è metafora della salvezza che Dio concede misericordiosamente a coloro che sono stati traviati dall’antico serpente, ma è anche simbolo proverbiale di semplicità ed ingenuità, oltre che di purezza ed integrità. L’avvertimento del Maestro ai suoi discepoli, dunque, è quello di mantenersi puri, integri e semplici, senza però cadere nelle trappole di un mondo (κόσμος / kosmos) che aspetta solo l’occasione per catturarle e metterle a tacere, proprio come il proverbiale lupo con le pecore.  Certo, le colombe volano e vedono le cose dall’alto, così come dovrebbe fare un seguace e testimone di Cristo, che voglia mantenersi fedele al suo insegnamento d’amore e di pace. Ma c’è bisogno anche dell’attenzione accorta e prudente dei serpenti, che conoscono bene il terreno nel quale si muovono cautamente, proprio per non cadere in una religiosità astratta, spiritualistica e disincarnata.

C’è anche un altro brano evangelico che ci lascia un po’ spiazzati, quando leggiamo che Gesù aveva affermato: «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16:8). Ma forse è proprio la ‘scaltrezza’ dei serpenti che può aiutarci ad uscire dalla teoria astratta, per restare sì integri ma non ingenui ed incapaci di concretezza pratica. La nonviolenza attiva, infatti, è sempre stata uno stimolo ad agire secondo principi etici irrinunciabili, ma perseguendo obiettivi concreti, fattivi e raggiungibili. Riprendiamo quindi il nostro percorso di pacifisti, ma senza dimenticarci dell’avvertimento di Gesù e sforzandoci di coniugare l’integrità e l’in-nocenza delle colombe con la saggia prudenza dei serpenti.

Note


[i] Visita https://www.pacedisarmo.org/  e https://www.facebook.com/comitatopacedisarmo

[ii] C.E.I.: Matteo 10,16 https://ora-et-labora.net/bibbia/matteo.html#cap_vangelo_secondo_matteo_10  Cfr. anche https://www.bibbiaedu.it/GRECO_NT/nt/Mt/10/?compareto=INTERCONFESSIONALE

[iii] https://www.bibliacatolica.com.br/it/vulgata-latina-vs-la-sacra-bibbia/evangelium-secundum-matthaeum/10/#

[iv] Cfr. https://www.blueletterbible.org/kjv/mat/10/16/t_conc_939016  e https://www.bibbiaedu.it/GRECO_NT/nt/Mt/10/

[v]  https://www.reverso.net/traduzione-testo#sl=eng&tl=ita&text=wise  e  https://www.reverso.net/traduzione-testo#sl=eng&tl=ita&text=harmless

[vi] https://www.blueletterbible.org/kjv/mat/10/16/t_bibles_939016

[vii] https://www.blueletterbible.org/lexicon/g5429/kjv/tr/0-1/

[viii] https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?parola=%CF%86%CF%81%E1%BD%B9%CE%BD%CE%B9%CE%BC%CE%BF%CF%82

[ix] Cfr. L. Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, Città di Castello, Società Dante Alighieri, 1970

[x]  Cfr. https://www.grecoantico.com/dizionario-greco-antico.php?lemma=FRONHMA100

[xi]  Cfr. Gv. 15:18-21

[xii] Cfr. Rocci, cit.

© 2024 Ermete Ferraro