Etimostorie #13: da VACANZA a EVACUAZIONE

Tempo di vacanze, con tutti i rituali di questo periodo: esodo di massa, code ai caselli, folla strabocchevole sulle spiagge e nelle località turistiche, caldo asfissiante, incendi boschivi etc. etc… Forse ‘vacanza’ e suoi derivati (fra cui il terribile ‘vacanzieri’) sono le parole più ricorrenti nelle cronache giornalistiche e televisive, nei post sui canali social e nelle discussioni fra amici e parenti, evocando periodi sempre più brevi ed intensi di fuga dallo stress lavorativo, per sostituirlo con quello dello svago, della ricreazione, del relax e del riposo (concetti che spesso si rivelano infatti del tutto inappropriati in  tale circostanza.

Non in molti, però, si chiedono – o sanno già – quale sia l’etimologia di questa magica parola, croce e delizia di tanti ma a quanto pare un po’ misteriosa. Alla base del sostantivo ‘vacanza’, eliminata la parte modificante finale, resta il monema lessicale ‘vac-‘, nel quale è racchiuso il cuore semantico della parola, generando in primo luogo l’attributo ‘vacuo/a’. Un aggettivo abbastanza desueto, ma il cui senso è per molti abbastanza chiaro: vuoto, non pieno, libero. Basti pensare anche alle espressioni ‘posto vacante’, ‘seggio vacante’ e similari.

 In effetti l’etimo della parola è sicuramente latino, poiché in quella lingua vacuus, -a, -um significava appunto ‘vuoto’, indicando uno spazio non occupato da nulla, più o meno come il kenos dei Greci, con derivazione protolatina *wakovos, a sua volta risalente ad una probabile radice indoeuropea *wak (abbandonare, lasciare, andar via)[1].

La ‘vacanza’, quindi, dovrebbe essere un periodo di ‘vuoto’, una realtà spazio-temporale improntata alla  libertà; un’occasione per ‘fare il vuoto’ dagli impegni e dagli assilli quotidiani, cosa peraltro altamente improbabile in  questi tempi caotici e difficili. A svuotarsi, semmai, sono solo le grandi città, dove – almeno per una decina di giorni – tutto sembra fermarsi, i negozi chiudono e le strade si svuotano, sempre naturalmente che non si tratti di centri turistici, che in questo periodo tendono invece a riempirsi di torme assetate e accaldate di turisti.

Fatto sta che dalla stessa radice, etimologicamente parlando, deriva anche il famigerato e maltrattato verbo ‘evacuare’, che significa appunto ‘svuotare’, in senso sia transitivo (sgomberare un edificio, abbandonare un luogo in pericolo, liberare l’intestino…) sia intransitivo (es. ”gli abitanti evacuarono in massa dalla zona del terremoto”). Eppure basta sentire i resoconti di un telegiornale o leggere un quotidiano per ritrovare questo verbo usato a sproposito, per evidente ignoranza del suo reale significato ma anche per l’incredibile pigrizia di chi dovrebbe vigilare sulla nostra lingua, bacchettando chi ne usa a sproposito il lessico, finendo così col dire inconsapevolmente delle sciocchezze. Ci raccontano sempre più spesso, infatti, che “la popolazione è stata evacuata a causa degli incendi boschivi”, “i pazienti dell’ospedale colpito dal missile sono stati evacuati”, “i residenti dell’edificio, dove è avvenuto il crollo, sono stati evacuati dalla protezione civile”. Se è vero quanto ho chiarito prima, dunque, persone duramente colpite da catastrofi varie e dolorose sarebbero state anche ‘svuotate’…aggiungendo cinicamente ulteriori sofferenze a quelle già patite!

Dice: vabbè, non facciamo i pignoli né i puristi. Ormai tutti dicono così e, si sa, la pratica val più della grammatica, o no? Eh no, troppo comodo usare a sproposito la propria lingua, senza nessuna obiezione, soprattutto quando a farlo non sono persone qualunque ma ministri, funzionari e giornalisti, dai quali sarebbero legittimo attendersi un minimo di correttezza espressiva.

Resta, infine, da riflettere – in questo nostro sempre più assolato ed affollato stato di teorica ‘vacanza’- a coloro i quali hanno preoccupazioni molto più serie delle code in autostrada e dell’affollamento nei bar e nei ristoranti. Migliaia di esseri umani sfollati dai loro villaggi distrutti e vaganti senza meta; abitanti sgomberati per emergenze telluriche, frane, inondazioni ed altri eventi avversi; paesi quasi raggiunti dalla furia distruttiva delle fiamme che stanno devastando ettari di boschi; malati e piccoli pazienti sfrattati dai loro letti d’ospedale e privati delle cure essenziali per la ferocia di guerre criminali. Tutti ‘evacuati’ dei propri diritti fondamentali, privati della dignità di esseri umani, ‘svuotati’ di ogni minima sicurezza e tranquillità e costretti a vivere nell’emergenza continua e nella precarietà.

Ci sarebbe da continuare con altre amare riflessioni, ma chiudo qua, per il timore che le mie parole suonino inutili e…vacue.

© 2024 ERMETE FERRARO


[1] Cfr. voce ‘vacuum’ in www.etymonline.com

Il signore della violenza

Le vacanze sono l’occasione per dedicarsi alla lettura ed io in questi giorni ho riletto il romanzo di William Golding “ll Signore delle mosche”. Le avventure di un gruppo di ragazzi e bambini inglesi, sopravvissuti ad un disastroso incidente aereo e costretti ad inventarsi un’esistenza randagia in un’isola deserta, mi hanno riportato alla mente l’annosa questione dell’alternativa tra civiltà e vita selvaggia, regole da rispettare e rifiuto di ogni limite etico, dialogo costruttivo e violenza bruta .Una contrapposizione sicuramente troppo rigida e schematica, quasi manichea, che esclude le infinite possibilità intermedie, ma sicuramente un punto fermo della riflessione filosofica sulle società umane.
Rileggendo sulla spiaggia le vicende di quest’anomala comunità tutta di minori, in mezzo alla quale emergono subito due leader antagonisti, ho ripensato ad anni di esperienze come educatore ed insegnante, attento a cogliere la dinamica del gruppo che mi era stato affidato, pur senza trascurare quella della psicologia individuale e le esigenze delle singole persone. Nell’avvincente scrittura di Golding ho ritrovato i perenni meccanismi che presiedono alle difficili relazioni umane, che nei più piccoli emergono con ancor maggiore chiarezza, mettendo in evidenza il conflitto tra sé e gli altri, ma anche quello tra l’uomo ed il suo ambiente.
Da ecopacifista, impegnato a cercare modalità espressive ed attive improntate ai valori della nonviolenza ma anche all’ecologia linguistica, non ho potuto fare a meno di leggere il racconto dello scrittore inglese come un’evidente metafora della continua lotta tra pulsioni distruttive e ricerca di soluzioni pacifiche, ricerca del consenso ed affermazione di un’autorità indiscutibile e minacciosa.
L’apparente ed inaspettata vacanza, evocante la lettura dei classici di avventure e raccontata mirabilmente da Golding, in effetti, ben presto si trasformerà in un incessante duello tra due opposte visioni della sopravvivenza sull’isola. Da una parte c’è la razionalità e la ricerca di un ‘modus vivendi’ condiviso e regolare perfino in una situazione estrema da sopravvissuti, in vista di un auspicato salvataggio e del ritorno alla vita quotidiana e ‘civile’. Dall’altra, viceversa, l’affiorare – prima sordo poi sempre più esplicito – d’ una sempre più esplicita pulsione anarchica, di rifiuto dei pretesi valori cui si è stati educati, per affermare apertamente la logica dell’homo homini lupus, del branco animale stretto intorno al potere asoluto del proprio capo, cui delegare per intero ogni scelta e responsabilità.
Certo, fa un po’ sorridere il tentativo del leader positivo, Ralph, di stabilire una sorta di democrazia parlamentare in un’isola sperduta, cercando di dare regole certe e condivise di discussione ad un insieme di bambini e ragazzi più grandi, che però sembrano non aver chiaro nella propria mente che quella forzata ‘vacanza’ dovrebbe essere assolutamente interrotta, cercando ogni mezzo per farsi notare da eventuali salvatori. Il simbolo di quella ricerca di salvezza e ritorno alla civiltà è per Ralph un segnale di fumo da mantenere ad ogni costo. Al contrario, per il suo antagonista, il truce Jack, la brusca fuoriuscita dalle insopportabili norme ‘civili’ diventa un’ottima occasione di autoaffermazione e di realizzazione del l’anomia che da sempre gli cova dentro e che facilmente riesce a contagiare ai suoi gregari, grazie allo stimolo entusiasmante della caccia, al tempo stesso fonte di autonomia e di affermazione dell’uomo sulla natura.


Non a caso, inoltre, la tribù di cacciatori promossa da Jack è definita un ‘esercito’, per sottolineare la logica di ferrea disciplina e lo spirito di corpo che deve vincolare il gruppo dei ragazzini agli ordini del capo, cui si può solo ubbidire.
Al richiamo della bianca conchiglia con cui Ralph convoca l’assemblea per discutere coi suoi compagni, nella speranza di trasformarli in una comunità democratica e responsabile, dopo i primi tempi di accettazione delle regole, Jack contrapporrà il codice dei colori con cui ricoprirsi il corpo e le urla belluine che ha stabilito come segnale di avvertimento e di battaglia per la sua tribù di ‘selvaggi’. Un simbolo di ferocia ed aggressività, ma anche una ‘uniforme’ per irregimentare i suoi more militari. Perché nella sua visione la vita è lotta, affermazione di sé sugli altri e sulla realtà naturale, dominio e controllo del territorio, per accaparrarsene le risorse.
E’ difficile non scorgere dietro questa narrazione l’apologo di una condizione umana drammaticamente sospesa tra la brutalità della violenza e la razionalità delle regole, ma anche del fallimento di una ‘civiltà’ che si limita ad inibire le pulsioni distruttive dell’uomo, senza però contrapporvi altro che fragili convenzioni e leggi da osservare, ma solo per non incorrere nelle punizioni. Gli sforzi dello scrittore britannico, che era stato anche insegnante ed aveva sperimentato in classe forme di dialogo democratico, sono vanificati da una realtà in cui le stesse regole della cultura occidentale hanno finito con l’alimentare paradossalmente l’anomia, l’inselvatichimento e la legge del più forte.
E’ ciò cui purtroppo assistiamo quotidianamente, con l’ascesa degli autoritarismi, il dominio del militarismo bellicista, l’esplosione irrazionale e suicida dei conflitti in forme violente e contagiose. E’ anche la pervicace conferma della logica predatoria dell’uomo sull’ambiente naturale, per dominarlo perfino a costo di provocare la propria stessa estinzione. La violenza non è solo una patologia – ci spiega Golding – ma il frutto di paure ancestrali ed istinti primordiali, cui la civiltà ha solo imposto dei limiti, senza contrapporvi una vera alternativa, che nasca dal cuore e non solo dalla razionalità.
La nonviolenza, invece, fa appello alla coscienza individuale oltre che alla consapevolezza collettiva, trasformando la pretesa virtù dell’ubbidienza al capo in una scelta personale e responsabile ed insegnando a valutare i mezzi utilizzati dalla positività o meno delle loro conseguenze. La nonviolenza non è vigliaccheria ma coraggio di opporsi risolutamente al male anche a rischio di rimetterci in prima persona, come fa Ralph nel romanzo, sconfiggendo il gregarismo passivo di chi scarica sul capo ogni decisione, chiave di ogni totalitarismo.
I conflitti e le tensioni latenti, quindi, non vanno esorcizzati in nome di una precaria ricerca del consenso e dell’ordine, ma piuttosto trasformati creativamente e costruttivamente in occasioni di maturazione dello spirito e di crescita collettiva.
Il fatto che nel romanzo di Golding l’isola sia abitata solo da ragazzi sembrerebbe escludere l’influenza degli adulti nei loro comportamenti, ma la verità è che proprio dall’esempio dei ‘grandi’ essi hanno assorbito la loro impostazione. Non sarà il loro perbenismo un po’ ipocrita a salvare i loro ragazzi da una degenerazione, frutto della caduta dei consueti freni inibitori in una situazione del tutto nuova e diversa. Non sarà neppure il buon senso di Ralph e del suo amico Piggy ad impedire l’affermazione di una barbarie primitiva nel gruppo, il cui simbolo è la mostruosa testa di porco infilata su un bastone e ricoperta di mosche, da cui trae il titolo il libro, visto che è l’esatta traduzione di ‘Ba’al Zebùl’, il dio pagano cui si facevano sacrifici umani e che è poi diventato poi diabolico Belzebù della tradizione cristiana.
Contro i nostri demoni interiori non ci sono esorcismi ma solo appello alla coscienza, per evitare di assecondare gli spiriti di violenza, di vendetta, di dominio e di potere assoluto che compromettono ogni relazione positiva con gli altri e con la natura. Alla tragica distopia dell’homo homini lupus possiamo allora contrapporre l’utopia concreta e fattiva dell’empatia, della cooperazione e della costruzione di rapporti di comune umanità e di fusione con una natura di cui facciamo parte.    

© 2024 Ermete Ferraro