
Tempo di vacanze, con tutti i rituali di questo periodo: esodo di massa, code ai caselli, folla strabocchevole sulle spiagge e nelle località turistiche, caldo asfissiante, incendi boschivi etc. etc… Forse ‘vacanza’ e suoi derivati (fra cui il terribile ‘vacanzieri’) sono le parole più ricorrenti nelle cronache giornalistiche e televisive, nei post sui canali social e nelle discussioni fra amici e parenti, evocando periodi sempre più brevi ed intensi di fuga dallo stress lavorativo, per sostituirlo con quello dello svago, della ricreazione, del relax e del riposo (concetti che spesso si rivelano infatti del tutto inappropriati in tale circostanza.
Non in molti, però, si chiedono – o sanno già – quale sia l’etimologia di questa magica parola, croce e delizia di tanti ma a quanto pare un po’ misteriosa. Alla base del sostantivo ‘vacanza’, eliminata la parte modificante finale, resta il monema lessicale ‘vac-‘, nel quale è racchiuso il cuore semantico della parola, generando in primo luogo l’attributo ‘vacuo/a’. Un aggettivo abbastanza desueto, ma il cui senso è per molti abbastanza chiaro: vuoto, non pieno, libero. Basti pensare anche alle espressioni ‘posto vacante’, ‘seggio vacante’ e similari.
In effetti l’etimo della parola è sicuramente latino, poiché in quella lingua vacuus, -a, -um significava appunto ‘vuoto’, indicando uno spazio non occupato da nulla, più o meno come il kenos dei Greci, con derivazione protolatina *wakovos, a sua volta risalente ad una probabile radice indoeuropea *wak (abbandonare, lasciare, andar via)[1].
La ‘vacanza’, quindi, dovrebbe essere un periodo di ‘vuoto’, una realtà spazio-temporale improntata alla libertà; un’occasione per ‘fare il vuoto’ dagli impegni e dagli assilli quotidiani, cosa peraltro altamente improbabile in questi tempi caotici e difficili. A svuotarsi, semmai, sono solo le grandi città, dove – almeno per una decina di giorni – tutto sembra fermarsi, i negozi chiudono e le strade si svuotano, sempre naturalmente che non si tratti di centri turistici, che in questo periodo tendono invece a riempirsi di torme assetate e accaldate di turisti.

Fatto sta che dalla stessa radice, etimologicamente parlando, deriva anche il famigerato e maltrattato verbo ‘evacuare’, che significa appunto ‘svuotare’, in senso sia transitivo (sgomberare un edificio, abbandonare un luogo in pericolo, liberare l’intestino…) sia intransitivo (es. ”gli abitanti evacuarono in massa dalla zona del terremoto”). Eppure basta sentire i resoconti di un telegiornale o leggere un quotidiano per ritrovare questo verbo usato a sproposito, per evidente ignoranza del suo reale significato ma anche per l’incredibile pigrizia di chi dovrebbe vigilare sulla nostra lingua, bacchettando chi ne usa a sproposito il lessico, finendo così col dire inconsapevolmente delle sciocchezze. Ci raccontano sempre più spesso, infatti, che “la popolazione è stata evacuata a causa degli incendi boschivi”, “i pazienti dell’ospedale colpito dal missile sono stati evacuati”, “i residenti dell’edificio, dove è avvenuto il crollo, sono stati evacuati dalla protezione civile”. Se è vero quanto ho chiarito prima, dunque, persone duramente colpite da catastrofi varie e dolorose sarebbero state anche ‘svuotate’…aggiungendo cinicamente ulteriori sofferenze a quelle già patite!
Dice: vabbè, non facciamo i pignoli né i puristi. Ormai tutti dicono così e, si sa, la pratica val più della grammatica, o no? Eh no, troppo comodo usare a sproposito la propria lingua, senza nessuna obiezione, soprattutto quando a farlo non sono persone qualunque ma ministri, funzionari e giornalisti, dai quali sarebbero legittimo attendersi un minimo di correttezza espressiva.
Resta, infine, da riflettere – in questo nostro sempre più assolato ed affollato stato di teorica ‘vacanza’- a coloro i quali hanno preoccupazioni molto più serie delle code in autostrada e dell’affollamento nei bar e nei ristoranti. Migliaia di esseri umani sfollati dai loro villaggi distrutti e vaganti senza meta; abitanti sgomberati per emergenze telluriche, frane, inondazioni ed altri eventi avversi; paesi quasi raggiunti dalla furia distruttiva delle fiamme che stanno devastando ettari di boschi; malati e piccoli pazienti sfrattati dai loro letti d’ospedale e privati delle cure essenziali per la ferocia di guerre criminali. Tutti ‘evacuati’ dei propri diritti fondamentali, privati della dignità di esseri umani, ‘svuotati’ di ogni minima sicurezza e tranquillità e costretti a vivere nell’emergenza continua e nella precarietà.
Ci sarebbe da continuare con altre amare riflessioni, ma chiudo qua, per il timore che le mie parole suonino inutili e…vacue.
© 2024 ERMETE FERRARO
[1] Cfr. voce ‘vacuum’ in www.etymonline.com
