Nella recente attività pacifista ed antimilitarista mi sono occupato della tendenza di alcuni governi europei, ma non solo, ad ipotizzare provvedimenti legislativi che portino al ripristino, in varie forme e con diverse modalità, della coscrizione militare obbligatoria, laddove in precedenza fosse stata sospesa per lasciar spazio alla professionalizzazione delle forze armate.
Data la mia inguaribile curiosità per il senso originario delle parole, non potevo però fare a meno di pormi domande sull’etimologia di termini strettamente connessi con quel contesto militare, solitamente usati senza chiedersi che cosa volessero inizialmente significare. È il caso della quasi desueta parola ‘leva’, che viveversa sta tornando di moda in un contesto internazionale contrassegnato da guerre, ma anche di quella più gergale ‘naja’ e, in primo luogo, del lemma fondamentale, cioè ‘recluta’, col suo denominale ‘reclutare’.
Ebbene, la leva’ – spiega la fisica – è “una macchina semplice che consiste in un corpo rigido (di norma costituito da una sbarra) girevole intorno a un asse fisso (detto fulcro) e soggetto all’azione di due forze (tradizionalmente dette l’una potenza e l’altra resistenza, ma che sarebbe più appropriato chiamare rispettivam. forza motrice e forza resistente) applicate in due suoi punti”. [i] Lasciando stare i suoi significati in ambito meccanico, venatorio, psicologico, balistico etc., c’è da chiedersi: perché mai il servizio militare obbligatorio è stato chiamato così? Poichè il senso originario della parola ‘leva’ ci riporta a qualcosa che si adopera per alzare, sol-levare, è probabile che la ‘leva’ militare mirasse appunto a far emergere nuovi elementi da immettere nelle forze armate, ‘rimuovendoli’ dallo stato civile. [ii]
Ma ‘levare’ le persone dalla loro abituale condizione in tempo di pace, per portarli a combattere, rende necessario il ricorso ad un’imposizione legale, ad un preciso obbligo. Se per chi aveva già ‘servito la patria’ in armi si trattava di un richiamo, per arruolare nuovi giovani (iscrivendoli nel ‘ruolo’ dei soldati e trasformandoli in ‘co-scritti’) bisognava quindi ricorrere ad un criterio oggettivo: l’anno di nascita, cioè la c.d. ‘classe’ di appartenenza. Ed infatti: “Una … spiegazione fa risalire il termine naja al veneto antico naia, “razza, genia”, che a sua volta deriva dal termine latino natalia, pl. neutro di natalis, “attinente, relativo alla nascita”, con riferimento alla classe generazionale che veniva coscritta ogni anno”. [iii]
La principale voce lessicale da sondare etimologicamente, però, è proprio recluta, da cui reclutare. Si tratta d’un verbo che, sebbene sia utilizzato anche in ambito civile (es.: reclutare il personale), conserva un alone militare, rinviando ad un meccanismo d’assunzione forzato, o quanto meno non volontario. L’indagine sulla forma originaria del sostantivo e del suo verbo non dà risultati unanimi. Sembrerebbe rinviare allo spagnolo reclutar o alle simili forme in ‘r’ (fr: récruter – ingl: recruit), risalenti al sec. XVII e indicanti “una novella levata di soldati per surrogare i mancanti” [iv], forse riferendosi al verbo ré-coître, ricrescere, crescere di nuovo. L’etimologia più probabile, però, rinvia invece all’antico francese clut ed alle consimili voci nordico-germaniche (klut, clut, clout ), indicanti un pezzo di panno, un brandello di tessuto. Ne deriva così che re-clutare avrebbe il senso di ri-cucire insieme dei pezzi lacerati. [v]
Sta di fatto che ambedue i significati lasciano intravedere una visione strumentale, che utilizza le persone come elementi vegetali da coltivare, per sostituire quelli…‘recisi’, oppure come pezzi di stoffa da mettere insieme per ricomporre un tessuto che va…rappezzato. Non lo dimentichino i giovani, anche in Italia, se e quando si troveranno ad essere sottoposti a una coscrizione che resta un’autoritaria costrizione, al fine di re-integrare un tessuto militare lacerato, ovviamente per impiegarlo in nuove e laceranti avventure belliche…
«Scusate, ma esattamente cosa vi serve?». A porre la domanda, con tono angosciato, la stupita dirigente dell’Area ‘Servizi al Cittadino’ del Comune di Napoli, cui un mese fa avevo chiesto di visionare l’ultimo manifesto di chiamata alla leva firmato dal Sindaco, di cui si erano perse le tracce. Le avevo peraltro chiarito che la mia richiesta – essendo un pensionato ultrasettantenne – non derivava da interesse personale, ma dalla necessità – come responsabile di un’organizzazione pacifista – di visionare le informazioni fornite con quell’avviso pubblico ai diretti interessati, i giovani della classe 2007 ed i loro genitori.
Qualcosa nelle mie parole non riusciva comunque a convincere l’interlocutrice, per la quale ero una fastidiosa apparizione che interrompeva, per di più con una pretesa assurda, la sua burocratica routine pre-elettorale. Quando, tra sbuffi e borbottamenti, si è decisa ad assecondare il mio bizzarro desiderio, ha estratto da un faldone una locandina formato A4 riproducente il manifesto in questione, che mi ha mostrato fugacemente, per assecondarmi e congedarmi. Alla mia richiesta di riprodurlo – con una fotocopia o soltanto fotografandolo col cellulare – si è però affrettata a richiudere il prezioso foglio nel sarcofago cartaceo da dove aveva rivisto la luce, replicando che non era possibile.
«Ma si tratta di un atto pubblico!» ho protestato, ricavando la sorprendente risposta che, se proprio ci tenevo, potevo procurarmene copia nella mia municipalità di residenza, cui a suo tempo era stato inoltrato per l’affissione di 15 giorni. A questo punto non mi è rimasto che esprimerle il ringraziamento per la cortesia e disponibilità dimostrata…
È stato questo il primo atto della mia avventurosa ricerca del bando perduto negli uffici comunali di Anagrafe e Stato Civile, decentrati nel quartiere Soccavo, che è poi proseguita nella Segreteria della Presidenza V Municipalità. Anche lì la mia richiesta suonava stravagante però, dopo un’interlocuzione tra uffici, ho finalmente ottenuto la fotocopia.
Ma – tornando alla domanda iniziale – a cosa diavolo mi serviva quel documento, visto che di servizio militare di leva non si parla da 20 anni? Il fatto è che, come ho spiegato nel precedente articolo [i], tuttora non sono molti gli italiani consapevoli che, a partire dal 2005, la ‘leva’ obbligatoria per i maschi da 18 anni in poi non è stata abolita, ma solo ‘sospesa’ dalla legge 226/2004. Ne consegue che, in Italia, la coscrizione militare può effettivamente tornare, com’è previsto dall’art. 1929 del Codice Ordinamento Militare:
“Il servizio di leva è ripristinato con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, se il personale volontario in servizio è insufficiente e non è possibile colmare le vacanze di organico, in funzione delle predisposizioni di mobilitazione, mediante il richiamo in servizio di personale militare volontario cessato dal servizio da non più di cinque anni, nei seguenti casi: a) se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione; b) se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate”. [ii]
La prima osservazione da fare è che, stando così le cose, non è richiesto alcun passaggio per il Parlamento, poiché che la decisione di ripristinare il servizio di leva è stata riservata al potere esecutivo, scavalcando quello legislativo. La seconda è che il testo citato risulta ambiguo, lasciando intendere che, in caso di emergenza, potrebbero essere richiamati alle armi solamente i militari volontari congedati da massimo 5 anni, mentre nel successivo articolo si parla esplicitamente di “riattivazione del servizio militare obbligatorio” [iii].
Ecco perché i Sindaci di tutti Comuni italiani, in quanto ufficiali di governo, sono tuttora tenuti per legge a rendere noto: “con apposito manifesto […]: a) ai giovani di sesso maschile che nell’anno stesso compiono il diciassettesimo anno di età, il dovere di farsi inserire nella lista di leva del Comune in cui sono legalmente domiciliati; b) ai genitori e tutori dei giovani di cui alla lettera a) l’obbligo di curarne l’iscrizione nella lista di leva” [iv].
Il guaio è che a Napoli – e forse nella maggioranza degli altri 7903 comuni italiani, grandi e piccoli – quegli ‘scomodi’ manifesti fanno una fugace apparizione nelle bacheche istituzionali, non riportano tutte le informazioni prescritte e, conseguentemente, lasciano i nostri giovani nella beata convinzione che la naja rimanga uno sbiadito ricordo del passato, per cui ormai non corrono alcun rischio di essere ‘precettati’ per difendere la Patria in armi.
È il motivo, come spiegavo nel precedente articolo, per cui uno dei primi atti della campagna che come M.I.R. abbiamo lanciato, con iniziative per ora solo territoriali, ha come primo bersaglio le amministrazioni comunali che, in barba alle prescrizioni previste dal Codice Militare, si limitano a pubblicare scarni avvisi d’iscrizione alle liste di leva, senza precisare le modalità per chiedere rinvii, esoneri e, soprattutto, per esercitare il previsto diritto di dichiararsi obiettori di coscienza, svolgendo un servizio civile alternativo. Dove siamo presenti come sede associativa, quindi, faremo presentare interrogazioni o interpellanze nei rispettivi consigli comunali, ricorrendo anche a formali diffide ai sindaci, affinché adempiano gli atti d’ufficio che la normativa vigente riserva loro.
Informare con tutti i mezzi disponibili i destinatari di un’eventuale chiamata o richiamo alle armi sui loro diritti e doveri, infatti, non è solo questione di trasparenza amministrativa, ma un’indispensabile fonte d’informazioni che, nel malaugurato caso di ripristino della leva militare in situazioni di emergenza, sarebbero fatalmente omesse, a danno dei cittadini più giovani e inesperti.
Naturalmente il compito principale del movimento pacifista resta quello di mobilitarsi per riattivare la coscienza dell’obiezione al militarismo, in un contesto socioculturale in cui è da tempo subentrata la piattezza del pensiero unico e la desertificazione dei moventi ideologici ed etici. Ma lo avevo già chiarito, per cui credo che ora sia utile allargare lo sguardo alle situazioni attuali, in Italia ma anche nel resto d’Europa.
C’è chi la leva vorrebbe…rimetterla
A rafforzare i legittimi dubbi degli antimilitaristi italiani che qualcosa bollisse in pentola non sono state solo le recenti esternazioni di alcuni esponenti della maggioranza di centrodestra sull’eventualità d’un ritorno al servizio militare, ma anche la diffusa tendenza in altri paesi europei a vagheggiare tale ipotesi, fino a poco tempo fa impensabile.
Le pressioni guerrafondaie della NATO, la presunta fragilità di una difesa comune europea, e venti di guerra sempre più forti, unitamente all’ascesa di governi palesemente destrorsi – adusi alla retorica patriottarda e sensibili al richiamo del complesso militar-industriale – stanno imprimendo un’evidente accelerazione ai progetti di ripristino della leva obbligatoria, ove sospesa, oltre che di formazione di contingenti di ‘riservisti’.
Il tabù dell’esclusiva professionalizzazione delle forze armate, in effetti, sembra ormai caduto a fronte di scenari bellici che, paradossalmente, nel mentre si evocano guerre ipertecnologiche e perfino con l’utilizzo di armi non convenzionali, ci mostrano in diretta televisiva un sanguinoso ritorno alla guerra di trincea vecchio stile. Alcuni strateghi odierni, dunque, non sembrano più convinti che la qualità dei contingenti militari sia prioritaria rispetto alla loro quantità, per cui hanno cominciato a chiedersi se invece non fosse necessario un robusto incremento numerico di ciò che una volta era impietosamente definita “carne da cannone”.
Poiché in Italia siamo molto ‘creativi’ (altri direbbero ‘confusionari’…) questa vaga aspirazione di alcuni politici (attestata comunque dalla crescente invasione di campo da parte dei militari in tutti gli ambiti civili, dalla sanità alla scuola, dalla ricerca universitaria alla cultura) non si è però concretizzata in una proposta governativa unitaria.
«Depositata alla Camera la proposta di legge della Lega per reintrodurre sei mesi di servizio civile o militare per i ragazzi tra i 18 e 26 anni, su base regionale e da svolgere esclusivamente in Italia”. Lo scrive sui social il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. “Ne sono convinto – aggiunge il ministro delle Infrastrutture -. È una forma di educazione civica al servizio della comunità, di disciplina, di attenzione al prossimo e rispetto per sé stessi e per gli altri che potrà avere effetti molto positivi“…» [v].
Immediata la replica dalla sinistra, dalla destra conservatrice e perfino dal nostro ministro della Difesa, che di complesso militar-industriale se ne intende:
«Per Davide Faraone, capogruppo I.V. alla Camera: “Salvini in piena sindrome Vannacci insiste con il ritorno della leva obbligatoria. Il leader della Lega non si ferma neanche dopo l’intervento del ministro della Difesa Crosetto, che gli ha ricordato che il servizio militare non serve a nulla […]E niente, lui, Matteo Salvini, insiste e presenta una proposta di legge per il ritorno bonsai del servizio militare. La Lega guarda ad un passato che non può tornare».[vi]
Eppure, sebbene dagli alleati di governo la proposta a firma del leghista Zoffili [vii], che istituisce 6 mesi di servizio militare o civile per maschi e femmine da 18 a 26 anni sia stata criticata o addirittura ritenuta “non compatibile con il livello di professionalità che noi chiediamo alle forze armate e che chiederemo sempre di più in futuro” – per dirla col ministro Crosetto [viii], Salvini non è stato l’unico ad ipotizzare un ‘educativo’ ritorno alle marce, agli addestramenti militari e alla durezza della disciplina militare. Se è vero che già nel 2017 la Lega aveva presentato un simile disegno di legge, a firma del senatore Divina [ix], va ricordato che nel 2022 anche l’allora Presidente del Senato, Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia), era tornato sul tema, con l’ossimorica proposta di una “mini naja volontaria”, uno stage formativo di 40 giorni nelle forze armate, per insegnare ai giovani “l’amore per l’Italia e il senso civico“, replicando in effetti un suo precedente progetto del 2009.[x]
Non dimentichiamo poi che Forza Italia – che ora con Tajani ha preso le distanze dalla proposta leghista – nel non lontano 2019 era addirittura riuscita a far approvare dalla Camera dei Deputati (con voto favorevole del PD e del M5S…!) un’analoga proposta di legge, per avviare la “sperimentazione di percorsi formativi in ambito militare per i giovani tra i 18 e i 22 anni, per un periodo di sei mesi”. [xi]
Ebbene, pur sorvolando sull’ipocrita gioco delle carte sulla vicenda della naja, tipico del teatrino della politica italiana, va detto con chiarezza che i goffi tentativi di addolcire la pillola d’un ritorno al servizio militare (cui, secondo un’indagine, sarebbero favorevoli il 53% degli italiani, mentre è osteggiato dal 71% dei nostri giovani)[xii] sembrano solo un diversivo tattico rispetto alla realtà di una normativa già in vigore. Non ci sarebbe alcun bisogno d’inventarsi nuove e fantasiose leggi, cercando magari di renderle appetibili. Poiché in Italia – come in altri paesi europei e non – la coscrizione militare obbligatoria è stata soltanto sospesa, nei previsti casi di emergenza bellica o crisi internazionale che ci vincoli in quanto aderenti alla NATO, basta una deliberazione del Consiglio dei Ministri, sancita da un decreto del Presidente della Repubblica, per ripristinare la chiamata/richiamo alle armi. È il caso che i cittadini italiani da 18 a 45 anni ne prendano finalmente coscienza, in modo da decidere consapevolmente come comportarsi in tale disgraziata (ma non improbabile) evenienza.
Lo spettro della leva si aggira per l’Europa…
D’altra parte, l’Italia non è l’unico stato ad avviarsi lungo questa pericolosa strada militarista. Per avere un quadro europeo dell’attuale situazione dell’obbligo di prestare servizio in armi, ma soprattutto dell’effettivo riconoscimento del diritto ad obiettare ad esso, è utile consultare l’ultimo rapporto annuale sulla “Obiezione di Coscienza in Europa”, prodotto e pubblicato dall’Ufficio Europeo per l’OdC (EBCO – BEOC), cui ha contribuito anche Zaira Zafarana per il M.I.R. Italia.[xiii] Il focus della ricerca è principalmente il rispetto del diritto ad obiettare “in tempo di guerra”, di attualità a causa del sanguinoso conflitto armato russo-ucraino, che ha spinto pacifisti ed antimilitaristi europei a solidarizzare in varie forme con disertori, rifugiati ed obiettori di coscienza russi, bielorussi ed ucraini. [xiv]
Ma, leggendo le schede che sintetizzano la situazione normativa in 49 stati europei, è possibile anche farsi un’idea di come alla tendenza autoritaria a negare ogni possibilità di rifiuto del servizio militare si affianchi spesso quella a ripristinare, in vari modi, il servizio militare obbligatorio, per colmare –in una fase caratterizzata da crescenti conflitti armati – il dislivello nei vari stati tra le forze armate effettivamente operative ed il contingente di soggetti ipoteticamente reclutabili in caso di servizio militare di leva. Apprendiamo, ad esempio, che in Italia nel primo caso si tratta di 160.900 soldati, a fronte di un potenziale di ben 305.110 coscritti (52,7%). Più bassa è la percentuale in Spagna (48,7), Francia (48,2), Germania (46,7) o Danimarca (43,2), con una soglia ancor minore in Albania (25,8) e Svezia (24,3), fino a toccare il minimo assoluto del 10,8 in Islanda. [xv]
Apprendiamo inoltre che in alcuni stati europei la durata del servizio militare oscilla tra un minimo di 6 (Turchia) ed un massimo di 24 mesi (Armenia), con un servizio civile alternativo mediamente più lungo (quindi punitivo) per gli obiettori di coscienza.[xvi] Ma soprattutto scopriamo che in diversi Paesi della stessa U.E. si fa assurdamente ricorso al reclutamento militare di soggetti in età inferiore ai 18 anni, arruolando – come nel clamoroso caso del Regno Unito e della Germania, volontari di soli 16 o 17 anni.
Non c’è da meravigliarsi, allora, se a far compagnia agli italiani nella previsione d’un pericoloso ritorno alla coscrizione obbligatoria (che comunque ancora sussiste in 1/3 dei 27 stati confederati nella U.E. [xvii]) troviamo inglesi e tedeschi, seguiti anche da francesi e spagnoli. Ovviamente è un frutto prevedibile del clima bellico che sta ‘riscaldando’ l’atmosfera politica comunitaria, con l’ascesa di partiti sovranisti e militaristi d’estrema destra, cui i governi di diverso segno tentano talvolta di porre un freno assecondandone gli accenti guerrafondai. Ma cominciamo dal Regno Unito:
«Il primo ministro britannico Rishi Sunak si è impegnato a ripristinare il servizio nazionale obbligatorio se il partito conservatore al governo vincerà le elezioni nazionali del 4 luglio, suscitando un dibattito a livello nazionale su una politica che la Gran Bretagna ha abbandonato più di 60 anni fa. Secondo un annuncio fatto da Sunak domenica, ai diciottenni sarà data la possibilità di scegliere tra il servizio a tempo pieno nelle forze armate o il volontariato nella propria comunità. Il leader dei conservatori […] ha dichiarato che il programma promuoverà un “senso di condivisione degli obiettivi tra i nostri giovani e un rinnovato senso di orgoglio per il nostro Paese”. I partiti di opposizione hanno criticato il programma, affermando che le sue conseguenze per l’economia e la società non sono chiare». [xviii]
Il provvedimento proposto dal primo ministro conservatore – che probabilmente sarà sostituito nella guida dell’U.K. dal leader del Partito Laburista – non è dissimile da quello vagheggiato da Salvini, in quanto non prevede l’obbligo del solo servizio militare (cui per un anno parteciperebbero per un addestramento ‘selettivo’ non più di 30.000 giovani), ma anche la più appetibile opzione del servizio civile di un fine settimana al mese per un anno. Da un sondaggio YouGov del 2023, infatti, emerge che la maggioranza dei cittadini britannici sono favorevoli al servizio militare volontario, mentre al 64% si dichiarano contrari alla leva obbligatoria. Sta di fatto che quasi tutte le critiche – in U.K. come in Italia – hanno a che fare più con la denuncia dei costi esorbitanti di tali provvedimenti e della loro discutibile congruità con l’attuale assetto volontario delle forze armate, piuttosto che con effettive obiezioni etiche e/o politiche al ripristino d’un servizio militare generalizzato ed obbligatorio. Ma intanto che cosa sta succedendo in Francia?
«Dal 2017, Emmanuel Macron ha deciso di aumentare il bilancio delle forze […] Fin dall’inizio dei suoi primi cinque anni di mandato, ha parlato di un ritorno a una forma di servizio militare e civile. In effetti, il Servizio Nazionale Universale (SNU) dovrebbe essere esteso a tutta la fascia d’età nel 2026. Questo sviluppo non è privo di perplessità, sia da parte politica, con alcuni partiti tradizionalmente antimilitaristi che denunciano il “reclutamento di giovani”, sia da parte dell’esercito stesso, che ritiene di non avere le capacità o le competenze per controllare un numero così elevato di giovani». [xix]
Anche in Francia – dove solo il 27% dei giovani tra 18 e 26 anni sono favorevoli al ritorno della leva – il dibattito resta molto vivace, perfino tra esperti di strategia militare. Va segnalato però che per un autorevole esponente di questo mondo, Vincent Desport (già direttore della Scuola di guerra francese) ci troviamo di fronte a minacce simili a quelle della guerra fredda, per cui sarebbe quindi necessario tornare alla coscrizione, con finalità di dissuasione nei confronti della minaccia russa. [xx] E in Germania?
«A causa dei venti di guerra che soffiano sull’Europa, la riattivazione della leva obbligatoria, sospesa dal 2011, è un tema attualmente in discussione in Germania. E la Welt am Sonntag rivela le riflessioni in corso al Ministero della Difesa, guidato dal socialdemocratico Boris Pistorius, dove sono allo studio tre diverse opzioni […] la prima opzione sarebbe «la più cauta», prevedendo soltanto che chi abbia compiuto 18 anni nella Repubblica federale riceva del materiale informativo […] La seconda opzione prevede la reintroduzione della leva obbligatoria e dell’anno di servizio civile, che resterebbe volontario solo per le donne. […] La terza opzione prevede invece che l’anno di servizio militare o civile obbligatorio sia esteso a tutti i 18enni, senza distinzione di genere. Questo varrebbe però come servizio civile “generale”: nell’esercito come in altre istituzioni, vigili del fuoco, servizi sanitari e di protezione civile. La leva obbligatoria è stata sospesa nel 2011 dal governo di Angela Merkel […] Nei giorni scorsi anche la Cdu di Friedrich Merz ha manifestato l’intenzione di riattivarla, seppure progressivamente». [xxi]
Molto meno agevole, viceversa, è un percorso simile in Spagna, dove il governo a guida socialista ha smentito le voci secondo le quali ipotizzava di ripristinare la leva militare.
«La ministra della Difesa, Margarita Robles, ha affermato che in Spagna “non si punta ad avere il servizio militare obbligatorio” di nuovo. […] Robles ha voluto insistere che non lo si recupererà “in assoluto, e credo che a nessuno ciò sia passato per la testa “. [xxii]
Va anche precisato, però, che: “In Spagna, dove la leva è stata abolita, i giovani vengono comunque considerati riservisti e potrebbero essere costretti a entrare nell’esercito in caso di emergenza e senza alcuna possibilità legale di opposizione, giacché l’obiezione non è più prevista dalla legge”. [xxiii]
Una leva…USA e getta?
Uno dei segnali più allarmanti ci arriva però dagli Stati Uniti, dove il servizio militare obbligatorio non è in vigore dal 1973, in seguito alla disastrosa guerra nel Vietnam, e dove quindi le forze armate hanno subito una notevole professionalizzazione. Fatto sta che, come in Italia, negli USA la leva (draft) è stata solamente sospesa, per cui i giovani hanno tuttora l’obbligo d’iscriversi al Sistema Selettivo Militare.
«L’ordine esecutivo del presidente Jimmy Carter del 2 luglio del 1980 n. 4471 affermò l’obbligo per i cittadini di sesso maschile di iscriversi, ai sensi del Military Selective Service Act del 1948 negli elenchi dell’agenzia governativa Selective Service System. La legge prevede, ad oggi, che tutti i cittadini statunitensi di sesso maschile tra i 18 ed i 25 anni di età si iscrivano alle liste tenute dall’agenzia, e che i trasgressori siano puniti con una multa fino a 250 000 dollari o quattro anni di reclusione in carcere…».[xxiv]
Se si visita il sito web di quell’ente governativo, oltre all’iniziale (e rassicurante) conferma che “allo stato non c’è alcuna leva”, si trovano poi altre utili informazioni sul suo possibile ripristino, nell’eventualità di un’emergenza per la sicurezza nazionale.
«1. Autorizzazione alla Leva: Il Congresso e il Presidente – Un’emergenza nazionale, che superi la capacità del Dipartimento della Difesa di reclutare e mantenere la sua forza totale, richiede al Congresso di emendare la legge sul servizio selettivo militare per autorizzare il Presidente a introdurre personale nelle Forze Armate. […] 4.Ordini di presentarsi al MEPS –Vengono inviati gli avvisi di arruolamento e i dichiaranti possono ora richiedere, se lo desiderano, un rinvio, una dilazione o un’esenzione. Gli immatricolati si presentano alla Military Entrance Processing Station (MEPS) locale per il reclutamento. Al MEPS, i dichiaranti vengono sottoposti a una valutazione fisica, mentale e morale per determinare se sono idonei al servizio militare. Una volta informati dei risultati della valutazione, il dichiarante viene introdotto nel servizio militare o rimandato a casa. 5. Attivazione delle Commissioni d’appello locali e distrettuali – Le Commissioni locali e d’appello iniziano a esaminare le richieste di classificazione dei dichiaranti come obiettori di coscienza, persone con difficoltà da dipendenza, studenti con rinvio, appelli. 6. Reclutamento dei primi arruolati -Secondo gli attuali requisiti del Dipartimento della Difesa (DoD), il Selective Service deve consegnare i primi arruolati alle forze armate entro 193 giorni dall’inizio di una crisi e dall’aggiornamento della legge per autorizzare la leva».[xxv]
Come si spiega in un articolo, il Servizio Selettivo del Ministero della Difesa richiede che ogni cittadino maschio da 18 a 25 anni, sia statunitense sia immigrato, vi si faccia registrare “per fornire una leva quanto più pronta, efficiente ed equa è possibile, qualora il Paese ne abbia bisogno”. [xxvi] Eppure qualcosa di nuovo bolle in pentola anche negli USA, come rivela in un recente articolo l’esponente ambientalista Dennis Kuchinich, membro democratico della Camera dei Rappresentanti dal 1997 al 2013.
«Richiamo la vostra attenzione su un emendamento democratico al National Defense Authorization Act (NDAA), che è stato inserito nel disegno di legge sulla spesa per la guerra del Pentagono per quasi un triliardo di dollari, con voto orale, nella commissione House Armed Services. L’emendamento democratico a H.R. 8070, l’autorizzazione della difesa nazionale (NDAA) recita: “Sezione 531. Sistema di servizi selettivi: Registrazione automatica. SEC. 3. (a) “Salvo quanto diversamente previsto nel presente titolo, ogni cittadino maschio degli Stati Uniti, e ogni altra persona di sesso maschile residente negli Stati Uniti, tra i diciotto e i ventisei anni, sarà automaticamente registrato, ai sensi del presente legge, dal direttore del sistema di servizi selettivi.” […] Gli Stati Uniti. attualmente hanno oltre 1.300.000 uomini e donne come soldati di carriera o volontari, che servono in forze armate del tutto volontarie. Secondo la nuova legge sulla leva automatica, anche gli immigrati irregolari di età compresa tra i 18 e i 26 anni – se ne contano almeno 1,5 milioni – potrebbero essere reclutati, se dovesse applicarsi alle donne come agli uomini […] Il Congresso deve affrontare la questione della guerra, molto prima che il paese istituisca una leva automatica. Una leva automatica è una preparazione alla guerra, che altera drammaticamente la vita dei giovani americani. Essi meritano una risposta. Tutti noi meritiamo una risposta. Il futuro dell’America è letteralmente in gioco». [xxvii]
Qualcuno negli Stati Uniti ha definito questo articolo “allarmista”, minimizzando la portata e gli effetti reali della modifica legislativa in questione. Quel che è certo, però, è che i venti di guerra stanno impietosamente facendo ribaltare i fragili ombrelli democratici che dovrebbero tutelarci da ogni forma di revanscismo militarista e guerrafondaio.
Ancora più certo, a mio avviso, è che a salvarci dalla logica perversa del complesso militar-industriale non saranno solo provvedimenti normativi più o meno garantisti, ma in primo luogo una vera e diffusa coscienza dell’obiezione di coscienza, una vivace mobilitazione del popolo della pace e l’azione unitaria dei movimenti che da decenni non solo contrastano ogni guerra, ma propongono e diffondono alternative difensive civili, non-armate e nonviolente alla sua pretesa ineluttabilità.
Più o meno 45 anni fa – quando in Italia si era nel pieno dell’esperienza del servizio civile alternativo a quello militare – scrissi in un articolo che sarebbe stato necessario “passare dall’obiezione di coscienza alla coscienza dell’obiezione”. Il senso di quella frase era che bisognava superare la fase meramente oppositiva e la routinizzazione della pratica del servizio civile, aumentando la consapevolezza che c’era un’alternativa nonviolenta da costruire. Ebbene, la situazione in cui ci troviamo è con tutta evidenza assai diversa da quella di allora ed è innegabile che, sebbene siamo sospesi tra una tremenda crisi climatica ed un allarmante crescendo bellico, la consapevolezza della drammaticità di questo momento e delle alternative da perseguire non sembra davvero adeguata.
Non c’è bisogno di ricorrere a profonde analisi sociologiche e psicologiche, infatti, per constatare come quasi tutte le ipotesi opposte alla logica consumistico-predatoria nei confronti dell’ambiente e di controllo militare delle zone d’influenza strategica ed economica siano progressivamente state derubricate a utopie per anime belle su cui ironizzare o, peggio ancora, a subdole minacce alla stabilità del sistema da denunciare e reprimere. Lo svilimento della politica a gestione furbesca e ‘pragmatica’ dell’esistente, del resto, non avrebbe potuto consentire di guardare lontano e più in profondità, ben oltre una realtà data quasi per scontata ed immutabile, ispirata com’è dal pensiero unico e dalle ‘monoculture della mente’.
Venti anni fa, in Italia si decise di archiviare per legge il servizio militare obbligatorio, aprendo la strada alla professionalizzazione delle forze armate e, al tempo stesso, chiudendo la fondamentale esperienza del servizio civile degli obiettori di coscienza e la sperimentazione di un modello alternativo di difesa. Quel “tutti a casa” governativo, in effetti, ha fatalmente provocato un progressivo assopimento delle coscienze rispetto all’intrinseca pericolosità per la pace e la sicurezza mondiale del complesso militar-industriale. Inoltre ha ridotto la possibilità di agire – per usare la terminologia gandhiana – sia sul piano ‘ostruttivo’ (con l’obiezione di coscienza come disobbedienza civile e rifiuto del servizio in armi), sia su quello ‘costruttivo’ (con una diffusa sperimentazione di forme di difesa civile, non armata e nonviolenta, di protezione civile popolare e d’interventi sociali dal basso, ispirati ai principi di equità e solidarietà.
Se è innegabile che nel nostro Paese l’affrancamento dei cittadini, soprattutto quelli più giovani, dalla coscrizione militare ha riconosciuto un’esigenza largamente avvertita, va però precisato che, sul piano legislativo, non è mai stato cancellato l’obbligo costituzionale di adempiere al “sacro dovere” di difendere la patria. [i] Il servizio militare, quindi, non è stato abolito bensì solo ‘sospeso’, lasciando salva la possibilità del Governo (non del Parlamento…) di ripristinarlo nei seguenti casi: “a) se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione; b) se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate”. [ii] Un’evenienza tutt’altro che remota, che potrebbe sconvolgere improvvisamente la placida inerzia degli italiani nei confronti dell’istituzione Forze Armate.
Vent’anni dopo…
I due decenni trascorsi hanno progressivamente fatto svanire non solo la consapevolezza del cittadino medio su come stanno effettivamente le cose in materia di difesa nazionale, ma anche affievolito la coscienza di ciò che ogni cittadino potrebbe fare – qui e ora – per contrastare l’incalzante militarizzazione della società, dell’economia e della cultura (a partire dalla pervasiva infiltrazione nella scuola e nell’università…) e per opporsi allo sdoganamento della stessa follia bellicista. Ci sono voluti i venti di guerra, che soffiano sempre più forte sullo scenario europeo (mediterraneo e nord-orientale) per svegliare l’opinione pubblica dal sonno della coscienza e dai mostri che ha nel frattempo generato. Ecco perché sempre più persone s’interrogano su come contrapporre una reale scelta di pace alla barbarie delle guerre, ma senza trovare risposte valide, diverse dagli appelli generici ed un po’ ipocriti di politici incapaci di offrire visioni globali.
Il M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione) – la più antica organizzazione italiana per la nonviolenza –s’interroga da molto tempo sul ruolo di un più ampio movimento per la pace che, oltre ad essersi assottigliato quantitativamente anche per un mancato ricambio generazionale, non ha forse saputo affermare a fondo e con decisione l’imprescindibilità della stessa pace dal disarmo e dalla smilitarizzazione. L’attenzione alla tutela del diritto ad obiettare al servizio militare – in assenza della coscrizione obbligatoria in Italia – di recente si era giustamente spostata sulla difesa di obiettori, disertori e resistenti alla guerra in altri contesti (paesi autoritari, dittature militari, stati interessati da conflitti armati), provocando involontariamente una rimozione del problema al nostro livello. Ora però, in un clima arroventato dal conflitto armato russo-ucraino e da quello israelo-palestinese, da più parti sono state avanzate proposte di opposizione attiva alla guerra.
Infatti, sebbene la nostra Costituzione la ‘ripudi’, “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di soluzione delle controversie internazionali” [iii], non si è affatto ridotto il ruolo del sistema militare e dell’industria che lo alimenta. Al contrario, esso risulta sempre più presente non solo in ambiti connessi alla difesa nazionale, ma anche in contesti molto diversi (ricerca scientifica, telecomunicazioni e tecnologie digitali, tutela dell’ordine pubblico, protezione civile, sanità…), sui quali i militari stanno da anni esercitando la loro ‘mimetica’ influenza, presentandosi come provvidenziali ‘salvatori della Patria’. L’inasprirsi di situazioni esplicitamente belliche – unitamente alla pressione della NATO affinché i paesi membri aumentino le spese militari ed insieme con una diffusa tendenza ad ipotizzare il ritorno alla coscrizione militare obbligatoria – sta finalmente svegliando dal suo torpore la pubblica opinione rispetto alla possibilità di dover fronteggiare di nuovo una chiamata o richiamo alle armi.
Ma le proposte finora avanzate all’interno del movimento pacifista e disarmista, cui si accennava prima, sono state finora piuttosto deboli, frammentarie e caratterizzate da una carica più simbolica che fattiva. Una volta archiviate – benché non abrogate – sia la legge 230/1998 che prevedeva l’istituzione dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, sia la n. 64/2001, finalizzata ad istituire alternative difensive al servizio militare, il vuoto istituzionale in materia era ormai evidente. Si è cercato allora di colmarlo nel primo decennio degli anni 2000 con le campagne pacifiste a sostegno di alcune proposte più complessive cui ha aderito anche il M.I.R. – come quella legislativa d’iniziativa popolare su Un’altra difesa è possibile[iv] e quella che sostiene l’istituzione nel nostro Paese di un innovativo Ministero della Pace[v] .
A volte ritornano
Eppure la via legislativa, sebbene importante, non è stata capace di mobilitare il mondo pacifista disarmista e antimilitarista, anche perché entrambi le proposte son rimaste impantanate nei meandri della burocrazia istituzionale. In quest’ultimo periodo, quindi, l’obiettivo si è spostato nuovamente sull’affermazione del diritto ad obiettare al servizio militare, cercando di svegliare le coscienze assopite di troppi connazionali, convinti che si tratti di una questione astratta e non attuale. Proprio dal M.I.R. infatti, era partita una riflessione su come impostare in modo efficace una campagna per rilanciare l’obiezione ad una coscrizione militare tuttora sospesa, ma non abolita. Le accelerazioni impresse dalle campagne lanciate dal Movimento Nonviolento prima [vi] e dai Disarmisti Esigenti poi [vii] hanno però impedito un confronto più ampio e trasversale, perseguendo una strada più simbolica che effettiva. Avendo ipotizzato una dichiarazione di obiezione di coscienza preventiva impostata più che altro come manifestazione d’impegno personale o come sottoscrizione di una petizione di principio, infatti, non costituiscono un atto formale nei confronti del Ministero della difesa, come viceversa sarebbe auspicabile anche alla luce della stessa normativa vigente in materia.
Se è vero, come suggerisce il titolo del paragrafo, che si profila sempre più concretamente l’ipotesi del ritorno ad un reclutamento generalizzato che sembrava superato, la risposta del variegato arcipelago pacifista dovrebbe essere di conseguenza meno simbolica e più concreta, oltre che auspicabilmente collettiva ed unitaria. Ma quali sono le considerazioni che ho avanzato all’interno del M.I.R. a tal proposito?
(1) Il Codice dell’Ordinamento Militare (C.O.M). comprende già dal 2010 tutta la normativa concernente il “servizio militare obbligatorio” (sospeso dal 2005), il suo eventuale ripristino in seguito alla dichiarazione dello “stato di guerra” o di “grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale”. Anche in questo caso si prevede che il cittadino maschio arruolato possa dichiarare la ‘preferenza’ per un servizio civile non armato e/o per la vera e propria ‘obiezione di coscienza’, optando per un servizio civile (in enti, comuni e perfino all’estero, in missioni umanitarie non armate).
(2) Modalità e tempistiche per le operazioni riguardanti le operazioni di chiamata alla leva e di successivo arruolamento sono già prescritte dal C.O.M., ma dovrebbero comunque essere notificate ai cittadini mediante i prescritti manifesti comunali, specificando che il ‘servizio obbligatorio’ a cui sono chiamati riguarda coloro che saranno arruolati nelle tre armi della Difesa, ma anche quelli che scelgano di prestare un servizio civile alternativo a quello militare, in particolare se si dichiarano ‘obiettori di coscienza’, per la stessa durata di 10 mesi (prorogabili in caso di emergenza bellica) e con gli stessi diritti e doveri. La mancanza di adeguata e completa pubblicizzazione (con manifesto cartaceo e/o in via telematica) delle fasi del reclutamento e, in particolare, del diritto di obiettare entro 15 giorni dall’arruolamento, costituisce pertanto una grave omissione rispetto al compito demandato ai Sindaci – Ufficiali di governo – ma anche da parte degli Uffici Leva territoriali del Ministro della Difesa (cui spetta stabilire il modello di manifesto, indicando i titoli di dispensa, ritardo, rinvio, e le relative modalità, nonché le altre informazioni di cui all’articolo 1974).
(3) Considerando la grave mancanza di trasparenza amministrativa (manifesti di chiamata alla leva, opuscolo informativo, relazioni annuali al Parlamento), pur trovandoci ancora in condizioni ordinarie, è facilmente ipotizzabile che “in considerazione della eccezionalità e urgenza determinate dallo stato di guerra o di grave crisi internazionale” si procederà, come peraltro previsto, senza applicare gli articoli 7, 8, 10-bis, della stessa legge sulla trasparenza. Conseguentemente, la chiamata alla leva e quella successiva, sarebbero “sottratti all’obbligo di motivazione […] omessa in caso di assoluta indifferibilità e urgenza”, accogliendo le richieste solo se “compatibili con le esigenze di urgenza o segreto”.
Che fare?
L’avvio non condiviso di campagne nazionali sull’obiezione di coscienza da parte di alcuni soggetti della costellazione pacifista ha determinato per il M.I.R. l’oggettiva difficoltà di avviare quanto stava programmando da tempo, per non creare sovrapposizioni e situazioni contrastanti che potrebbero disorientare i nostri stessi interlocutori. D’altronde, considerata la centralità che questo aspetto riveste nella complessiva proposta nonviolenta, ecopacifista ed antimilitarista del nostro Movimento, non ci è sembrato giusto né opportuno desistere né limitarci a confluire acriticamente nelle campagne già avviate. Apprezziamo quanto alcuni amici della Fraternità dell’Arca[viii] stanno facendo per ricucire pazientemente il tessuto delle organizzazioni pacifiste su questo tema e ci auguriamo che questo sforzo dia risultati apprezzabili. Abbiamo comunque deciso di partire con specifiche iniziative di rilancio dell’obiezione di coscienza alla guerra e al militarismo, per adesso agendo sperimentalmente in alcune aree territoriali. La natura di queste iniziative è duplice: da un lato puntiamo a denunciare la palese mancanza di adeguata informazione da parte delle istituzioni a ciò preposte, dall’altro vogliamo andare oltre la controinformazione, per sensibilizzare i più giovani all’esigenza – etica e politica – di fare da subito impegnative e fattive scelte personali, dichiarando preventivamente il loro rifiuto del servizio militare e l’opzione per un servizio civile non genericamente ‘volontario’, ma mirante a un modello alternativo di difesa.
Nel primo caso, ai gruppi e sedi locali del M.I.R. interessati e motivati in tal senso si propone di sollecitareinterrogazioni e/o interpellanze nei rispettivi consigli comunali, chiedendo per quali motivi non siano state applicate le norme vigenti in materia d’informazione sui diritti e doveri dei cittadini iscritti nelle liste di leva ed eventualmente arruolati o richiamati a svolgere un servizio obbligatorio, ai sensi dell’art. 52 della Costituzione. Considerando le diffuse inadempienze, sarebbe possibile seguire anche la strada giudiziaria, diffidando formalmente Sindaci e Responsabili territoriali degli Uffici di Leva a darne a breve adeguata informazione. Laddove non si raggiungessero per questa via apprezzabili risultati, si potrebbero presentare alla magistratura esposti-denunce contro le persistenti omissioni, che danneggiano una notevole fascia della popolazione, compresa tra 18 e 45 anni, e quindi pari a circa il 28% degli italiani. Ovviamente – è bene precisarlo – un percorso di questo genere servirebbe soprattutto a stimolare i pubblici funzionari ed a sensibilizzare i media sulla questione, con ovvie ricadute positive sull’opinione pubblica, tuttora largamente ignara e disinformata.
Nel secondo caso – naturalmente più specifico per un movimento nonviolento che persegua una metodologia fondata sull’azione dal basso e la resistenza civile – proponiamo di lanciare una campagna informativa dal basso sul significato ed il valore dell’obiezione di coscienza. Per questo possono essere utilizzati comunicati stampa, volantinaggi davanti alle scuole ed alle facoltà universitarie e tutti gli altri strumenti disponibili, per raggiungere anche mediaticamente non solo i giovani arruolabili, ma anche persone adulte potenzialmente richiamabili alle armi, ricorrendo ad esempio ai canali ‘social’, su cui pubblicare messaggi ma anche brevi video.
Tali azioni di denuncia e di propaganda dell’obiezione di coscienza, come strumento concreto per opporsi in prima persona alla guerra e al militarismo e perseguire una difesa civile e nonviolenta, prevedono ovviamente che chi le promuove sia anche in grado di offrire risposte reali alle persone che rispondano effettivamente a tale appello. Ciò significa che va approntato quanto prima un modello di dichiarazione formale di obiezione di coscienza che si richiami alla normativa vigente (il citato Codice dell’Ordinamento Militare, ma anche le precedenti leggi in materia di OdC e di Servizio Civile), facendo riferimento in particolare a quanto previsto dal comma 1 dell’art. 2097 dello stesso C.O.M. Vanno comunque esposte con chiarezza le motivazioni personali del rifiuto di prestare il servizio militare e, soprattutto, è opportuno esplicitare la volontà di contribuire ad organizzare in forma strutturata e duratura una Difesa civile, non armata e nonviolenta, formandosi ad essa in alternativa al servizio militare.
Allo stato, esistono già due facsimili di dichiarazioni, ma è del tutto evidente che si tratta di documenti che hanno un valore più politico-militante che di dichiarazione formale. Nel primo caso, inoltre, vengono individuati come destinatari delle dichiarazioni via P.E.C. il Presidente della Repubblica, quello del Consiglio, il Ministro della Difesa ed il Capo di S.M. dell’Esercito Italiano. Nel secondo, si tratta invece di una ura e semplice ‘petizione’ senza alcun valore ufficiale, da inoltrare eventualmente via P.E.C. anche al Quirinale, al Capo del Governo ed al Ministro della Difesa. Ebbene, se si vuole andare oltre un atto meramente simbolico ed ‘ufficializzare’ davvero la propria dichiarazione di obiezione di coscienza, essa andrebbe firmata e inviata per raccomandata A/R o P.E.C esclusivamente agli interlocutori effettivi, cioè gli Uffici Leva Militare dei rispettivi Comuni, i Centri Documentali (ex Distretti Militari) competenti per territorio e l’8° reparto della Direzione Generale della previdenza militare e della leva (Previmil).
Va ulteriormente precisato che una dichiarazione ‘preventiva’ di obiezione al servizio militare costituisce comunque un’anomalia dal punto di vista strettamente formale. In teoria, infatti, si dovrebbe attendere l’eventuale ripristino del servizio di leva obbligatorio, la chiamata alla visita di leva, formulando la domanda di OdC entro 15 giorni dall’effettivo arruolamento. Tenuto conto, però, che in uno stato di emergenza tempi e modi della procedura sarebbero inevitabilmente accorciati e semplificati, a danno della trasparenza amministrativa (come previsto dal già citato c. 4 dell’art. 1948 del C.O.M.), pur riconoscendo che si tratta sicuramente di un atto squisitamente politico, va sottolineato che ad una dichiarazione preventiva di OdC, sebbene burocraticamente irrituale, sarebbe difficile non riconoscere un effettivo valore, come esplicita manifestazione di volontà rispetto ad una possibilità già prevista da un Codice vigente e da leggi mai abrogate.
In conclusione
Alcune prime esperienze in tal senso sono state finora intraprese, all’interno del M.I.R. Italia, dalla sede di Moncalieri (TO) dove, grazie al suo stimolo, nel Consiglio Comunale da un gruppo consigliare è stata presentata una interrogazione scritta in merito ai motivi della mancata informazione dei cittadini sugli adempimenti relativi al servizio di leva.
Un’altra azione è stata portata avanti dalla sede di Napoli, in occasione della Giornata dell’OdC, con un comunicato stampapubblicizzato anche dai media[x], che preannunciava successivi interventi di controinformazione e pubblicizzazione dell’OdC. Essi sono stati realizzati, finora, con volantinaggi davanti a quattro istituti scolastici superiori, che hanno consentito di raggiungere diverse centinaia di giovani del biennio col nostro messaggio e con informazioni dirette. In collaborazione con il Comitato Pace e Disarmo Campania (cui il M.I.R. Napoli aderisce da molto tempo), si prevede poi di proseguire con altri volantinaggi, di formulare e presentare una formale diffida legale al Sindaco di Napoli affinché adempia agli obblighi d’informazione in materia di Leva e di svolgere quanto prima una significativa manifestazione pubblica sull’obiezione come strumento di opposizione concreta e fattiva alla guerra ed al militarismo.
Ovviamente ci auguriamo che altre realtà territoriali del M.I.R. intraprendano iniziative simili e, soprattutto, che il movimento per la pace italiano riesca a dialogare al suo interno e ad esprimersi unitariamente con una campagna comune, coinvolgendo gli Enti di Servizio Civile, gli aderenti alla Rete Italiana Pace e Disarmo e, per quanto ci riguarda più specificamente, anche le organizzazioni di matrice religiosa, in un’ottica ecumenica di nonviolenza attiva e di costruzione della pace.
(*)Ermete Ferraro è responsabile locale e presidente nazionale del M.I.R. Italia.