Un militarismo… futurista?

Analisi Critica del Discorso del gen. Carmine Masiello

Premessa

Ha fatto scalpore il discorso tenuto dal Capo di stato maggiore dell’Esercito, generale di C.A.  Carmine Masiello, che all’inaugurazione dell’anno accademico degli istituti di formazione dell’Esercito ha deciso di parlar chiaro, affermando che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra” e che quindi la formazione dei futuri soldati può essere impartita solo in una “scuola di guerra[i]. La clamorosa rottura d’un consolidato tabù verbale, che per anni ha evitato l’esplicitazione della destinazione sostanzialmente bellica delle forze armate, edulcorandone la funzione in chiave ‘civile’, ha suscitato prevedibili reazioni critiche tra coloro che fanno parte dell’arcipelago pacifista. Viceversa, le marziali dichiarazioni del generale Masiello hanno sortito un effetto quasi liberatorio sui colleghi delle alte sfere militari, che si sono affrettati a cogliere l’occasione per esternare il loro represso malumore.

CARMINE MASIELLO – SOTTOCAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA

Tra i commenti più importanti, quello del gen. Leonardo Tricarico, ex Capo di stato maggiore dell’Aeronautica, il quale ha approfittato per ironizzare sulle reazioni di chi, avendo in precedenza cercato di «riconvertire l’esercito in una costola della Protezione Civile […] si allarma invece quando un capo di Stato Maggiore richiama l’attenzione generale sulla missione propria delle Forze Armate…»[ii]. Tricarico ha criticato inoltre «l’incultura della difesa dominante» che sarebbe frutto di «scarsa o nulla attenzione che larga parte del mondo della politica dedica alle Forze Armate», concludendo con una tagliente affermazione: «…bene ha fatto quindi Masiello a sfidare l’ipocrisia dominante e a richiamare implicitamente l’attenzione sui doveri elusi da parte di molti». [iii]

Alla sua impennata polemica ha fatto eco l’esternazione di un altro ex-vertice militare, il gen. Marco Bartolini (già comandante della ‘Folgore’), che ha confermato il suo appoggio a Masiello, nelle cui parole non vedeva nessun «assurdo richiamo alla necessità della guerra», ma «semplicemente un richiamo alla realtà”», in contrapposizione a «…un’interpretazione ideologica del dettato costituzionale, secondo cui con l’articolo 11 l’Italia non si limita a ripudiare la guerra, ma ad ‘abolirla’ addirittura facendo ipocritamente finta che si tratti di un fenomeno del passato, anacronistico, che non ci riguarda». Dopo questa scandalizzata affermazione, ha così concluso:

«Masiello ha dato voce, approfittando delle preoccupanti contingenze attuali, a una realtà che per gli addetti ai lavori era nota da sempre ma non si poteva proclamare a chiara voce perché turbava l’opinione pubblica». [iv]

Notiamo che in questi due interventi risuona in sottofondo un giudizio comune: far finta che le forze armate servano a funzioni civili è una dimostrazione di deprecabile ipocrisia. Ebbene, pur dal fronte opposto dei pacifisti nonviolenti, non posso non associarmi a questa valutazi0ne, dal momento che innegabilmente per decenni si è cercato di mistificare il ruolo del sistema militare, conferendogli virtù civili e compiti di supporto alla giustizia, alla sanità ed alla protezione civile che oggettivamente non gli spettano. Ciò che i tre alti ufficiali evitano di dire, però, è che questa ipocrita riverniciatura ‘buonista’ (e in alcuni casi perfino ‘ambientalista’) delle forze armate ha favorito proprio la loro pervasiva infiltrazione a livello sociale e perfino educativo, da un lato legittimandole sul piano democratico e dall’altro spargendo subdolamente semi di cultura militarista nella comunità civile.

Lettura ‘critica’ del discorso del gen. Masiello

L’analisi critica del discorso (ACD – CDA) è da molti anni una pratica che combina varie discipline – dalla linguistica applicata alle scienze sociali, dalla psicologia all’antropologia – per individuare e mettere in luce «…le modalità attraverso le quali il linguaggio rivela, nasconde, riproduce o pone in discussione ideologie di potere e rappresentazioni del sé e degli altri» [v]. Io ho cercato di adattare tale metodologia all’impostazione ecopacifista che ho provato a diffondere in questi anni, soffermandomi in particolare sulla necessità di alimentare una comunicazione nonviolenta proprio a partire da una maggiore consapevolezza di quanto i media ci stiano abituando «ad un’informazione che ricorre frequentemente ad atti linguistici impliciti: indiretti, retorici e convenzionali». [vi]

L’analisi linguistica da un punto di vista ‘pragmatico’, nello specifico, può aiutarci a comprendere come le parole che usiamo sono dei veri e propri ‘atti’, che producono effetti ben precisi sui destinatari. È fondamentale distinguere quelli denominati ‘constativi’ (che descrivono una situazione per cui possono essere veri o falsi) da quelli chiamati ‘performativi’ (che invece realizzano una vera e propria azione pratica e sono quindi valutabili verificando se raggiungono o meno il loro scopo).  Le parole che usiamo, quindi, si configurano come atti sia ‘locutori’ (cioè espliciti, in quanto dicono qualcosa di oggettivo), sia ‘illocutori’ (nella misura in cui si propongono una certa funzione) o anche ‘perlocutori’ (se vogliono produrre nei destinatari effetti sul piano emotivo).

Fatta questa breve premessa metodologica, vorrei ora provare a fornire una lettura critica del discorso del generale Masiello non tanto a livello banalmente ideologico (dando per scontata l’inconciliabilità tra le sue reboanti dichiarazioni in chiave militarista e la mia formazione antimilitarista e nonviolenta), quanto sul piano dell’analisi strutturale di quel testo, apparentemente un’elocuzione spontanea e diretta ma in effetti ben costruita nella sua articolazione e nella scelta dei toni adoperati.  Per farlo ho provato ad evidenziare al suo interno alcune ‘parole chiave’ (sostantivi, attributi e verbi), verificandone la ricorrenza, ed incasellandole in una tabella che distinguesse quelle di segno positivo da quelle esprimenti valutazioni negative. Con tale analisi critica, inoltre, ho cercato di verificare se dal primo elenco di locuzioni affiori una ‘visione’ più ampia, una concezione ideologica complessiva

Devo dire che la mia prima impressione, ascoltando e leggendo quel discorso, è stata quella di un appello di tono vagamente ‘futurista’, finalizzato a rompere le convenzioni ipocrite del linguaggio politically correct, per lanciare ai soldati (ma anche all’opinione pubblica) un messaggio provocatorio.  Quella sensazione iniziale mi è stata confermata dall’analisi delle parole-chiave emergenti dalla suddetta filippica del capo dell’Esercito. Da esse infatti trasuda non solo polemica verso i precedenti governi ‘progressisti’, ma anche risentimento nei confronti dei politici che hanno ridimensionato il peso della forza armata di terra, per di più attribuendogli funzioni assai poco marziali. Ma quali sono le caratteristiche stilistiche della retorica futurista con le quali cui possiamo cercare analogie?

«AZIONE, VELOCITÀ’ E ANTIROMANTICISMO […] Filippo Tommaso Marinetti viene a formulare il suo programma di rivolta contro la cultura del passato proponendo un azzeramento su cui elevare una concezione della vita integralmente rinnovata. I valori su cui intende fondarsi la visione del mondo futurista sono quelli del dinamismo, della velocità e dello sfrenato attivismo, considerati come distintivi della moderna società industriale, che ha il suo emblema nel mito della macchina…» [vii] .

Ebbene, basta dare una scorsa al campo semantico delineato dalla tabella 1 per rendersi conto di come è possibile ritrovare nel discorso del generale alcuni elementi tipici di quell’ideologia futurista

Tab. 1 – AREA SOSTANTIVI POSITIVI

GUERRA 4      TEMPO 4         LEADER 3      COMANDANTE 3     ERRORE 3             
MISSIONE 2   PROATTIVITÀ 2  TECNOLOGIA 2   ADDESTRAMENTO  2   VALORE  2   REGOLA 2  
REALTÀ   RIVOLUZIONE   FUTURO   MENTE   SFIDA SCELTA LOCOMOTIVA CAMBIAMENTO VISIONE BATTAGLIA TRASFORMAZIONE AVANGUARDIA   IMPEGNO    ISTITUZIONE MENTALITÀ   CAMPAGNA MULTIDOMINIO   DOTTRINA   ORDINE INIZIATIVA ESEMPIO   FORZA DISCIPLINA EVOLUZIONE VELOCITÀ

Provo a sintetizzare alcune osservazioni che scaturiscono da questo quadro:

  1. Preoccupazione per il trascorrere del tempo, con l’incalzare di situazioni di crisi sottovalutate, cui la politica avrebbe dato finora risposte deboli ed insufficienti.
  2. Necessità pertanto d’imprimere una molto maggiore velocità ad un processo di cambiamento e trasformazione delle forze armate, arrivando ad ipotizzare una vera e propria rivoluzione rispetto al passato.
  3. Senso della realtà ma anche proiezione in una dimensione di futuro prossimo, che richiede non solo decisioni veloci, ma proattività, cambio di mentalità e capacità d’iniziativa.
  4. Priorità della tecnologia (le ‘macchine’…), per non essere soltanto al passo coi tempi, bensì all’avanguardia.
  5. Centralità della guerra nella missione delle forze armate, che conseguentemente hanno bisogno di leader autorevoli e comandanti di valore.
  6. Risposta a tale sfida epocale modernizzandole, ma senza dimenticare che quella militare resta comunque una istituzione, che richiede esempio, impegno, forza, ma principalmente regole e disciplina.

Anche se andiamo ad esaminare i campi semantici che racchiudono gli attributi ed i verbi che ho evidenziato nel testo del discorso, abbiamo una conferma di questa impostazione.

Tab. 2 -AREA ATTRIBUTI E VERBI POSITIVI

  • Valorizzazione di ciò che è tecnologico, moderno, nuovo, alternativo eche quindi si rivolge soprattutto ad un mondo giovane.
  • Insistenza – di stampo altrettanto futurista – su aggettivi come veloce e proattivo, avverbi come presto e subito e verbi come correre, innovarsi e cambiare.
  • Scampoli di retorica militarista, che traspare da attributi come addestrato, vittorioso, interforze e da verbi quali servire, rischiare, superare e addestrarsi.

I nemici da battere…

Se dalle parole del capo di stato maggiore dell’Esercito emerge prepotentemente una prospettiva ‘futurista’ per le nostre forze armate, non meno chiara è l’impostazione ‘passatista’ contro la quale scaglia i suoi strali polemici.

«Non è difficile comprendere che l’ottica futurista, in quanto palesemente antiborghese, si pone contro la tradizione, il perbenismo e la democrazia. Al contrario inneggia ad atteggiamenti ribelli e liberatori che sottintendono un deciso disprezzo dei sentimenti. I futuristi sono a favore della guerra al punto da definirla la ‘sola igiene del mondo’ […] la guerra è considerata l’unico ‘strumento’ possibile per distruggere il vecchio mondo, presupposto fondamentale per poterne costruire uno totalmente nuovo …». [viii]

Come emergeva già nel 1909 dal marinettiano ‘Manifesto del Futurismo’ [ix], infatti, la sfida che il suo avanguardistico movimento lanciava alla società era rivolta alla tradizione, all’immobilità, alla paura del cambiamento ed al buonismo perbenista. Anche dal discorso del generale Masiello, peraltro, affiora una vena polemica di rottura col passato più recente delle forze armate, contrastando quindi l’ipocrita edulcorazione della loro ‘missione’ e le tradizionali remore e fissità di chi non sa osare. Sarebbero esse, insomma, che frenano il cambiamento e mal rispondono all’incalzante sfida della modernità e dell’efficientismo tecnologico. 

Nelle seguenti tabelle 3 e 4 sono raggruppati i termini usati da Masiello proprio per sottolineare i disvalori contro i quali bisognerebbe battersi per una modernizzazione ed efficientizzazione dell’arma di terra.  Esse sono un’utile sintesi per comprendere contro quale bersaglio Masiello scaglia i suoi dardi critici, subito supportato da altri ex comandanti, che non hanno perso l’occasione per unirsi alla sua polemica.

Tab. 3 – AREA SOSTANTIVI NEGATIVI

Tab. 4 – AREA ATTRIBUTI E VERBI NEGATIVI

BUROCRATICO RASSICURANTE GERARCHICO
RALLENTARE DEVIARE

Dal confronto tra le due tabelle – ovviamente molto più scarne in quanto esprimono valutazioni solo negative – non è difficile individuare quali sarebbero i ‘nemici’ da battere, secondo l’attuale ‘leader’ dell’Esercito Italiano. Non a caso sono gli stessi che un secolo fa i Futuristi additavano al pubblico disprezzo come le forze oscure che si opponevano alla loro ‘rivoluzione’.  Al dinamismo frenetico, al culto della velocità ed all’attivismo predicato e praticato da quegli avanguardisti del ‘900, infatti, facevano da contraltare sostanzialmente due peccati originali della dirigenza politica liberale: la paura del cambiamento, il perbenismo borghese ed il freno ad ogni esperienza innovativa, dovuto anche al peso della burocrazia. Sono praticamente gli stessi difetti che il generale Masiello attribuisce al sistema politico italiano. Tra i sostantivi dell’area semantica negativa, infatti, al primo posto (con 7 occorrenze) c’è proprio la burocrazia, seguita a ruota dalla paura. Seguono un gruppo di caratteristiche strutturali del sistema democratico, come il primato della politica ed il ricorso alla diplomazia, cui si aggiungono i difetti ricorrenti nella gestione della cosa pubblica, come inefficienze, storture, schematicità, timore e fissità.

Il dinamismo efficientista del modello manageriale e tecnocratico di Masiello entra così in evidente conflitto con quello burocratico, rassicurante e gerarchico della dinamica politica moderata, fatta di compromessi e di mezze verità. Secondo il gen. Tricarico, Masiello avrebbe dato coraggiosamente voce ad “una realtà che per gli addetti ai lavori era nota da sempre ma non si poteva proclamare a chiara voce perché turbava l’opinione pubblica”. Cominciando dal superamento del tabù verbale connesso alla parola ‘guerra’, dunque, la sua ‘locomotiva del cambiamento’ si avvia a travolgere il buonismo ipocrita di chi vorrebbe rallentare quella corsa e deviare quell’indispensabile cambiamento.

Alcune osservazioni finali

Il nocciolo tematico del discorso del gen. Masiello è racchiuso in una frase che, con indubbia efficacia retorica, ma adoperando un tono informale, egli ha scandito in apertura, di fronte a centinaia di allievi e quadri militari che lo ascoltavano attenti:

«La nostra missione non è creare burocrazia, non è vivere nella burocrazia, non è vivere per la burocrazia. L’esercito è fatto per prepararsi alla guerra. Punto. Quindi questo deve essere un messaggio molto chiaro che dovete avere tutti in testa: fino a qualche anno fa, era una parola che non potevamo utilizzare. Oggi la realtà ci ha chiamato a confrontarci con la guerra, questo non vuol dire che l’esercito vuole la guerra ma vuol dire che noi ci dobbiamo preparare e più saremo preparati per la guerra e maggiori probabilità ci saranno che ci sia la pace». [x]

Il messaggio apertis verbis del capo dell’Esercito, dunque, potrebbe essere sintetizzato in due espliciti moniti ai soldati di domani: (a) è finito il tempo delle mezze frasi ipocrite e della paura di esplicitare la funzione bellica delle forze armate; (b) i militari non vogliono la guerra ma, da seri professionisti, devono saperla gestire al meglio, con competenza, preparazione, capacità tecnologica e determinazione.  Il sasso nello stagno – complice l’attuale clima politico apertamente destrorso – è stato gettato ed ha prodotto – al di là del plauso di alti ufficiali in pensione – le prevedibili reazioni sdegnate di chi condanna la guerra ma, poco coerentemente, si guarda bene dal mettere in discussione il complesso militare industriale che la genera e la rende non solo possibile, ma tragicamente attuale.

Tornando però all’analisi pragmatica del discorso di Masiello, al suo interno troviamo, in varia misura, le tre categorie di atti linguistici cui accennavo in precedenza. Sono di tipo locutorio le affermazioni che, in modo esplicito, ci parlano di qualcosa di oggettivo, come nel caso del ridimensionamento organizzativo e finanziario dell’esercito, ma anche della sua progressiva trasformazione in qualcosa di diverso ed anomalo, conferendogli funzioni ‘vicarie’ in materia di assistenza, di pubblica sicurezza e di protezione civile. Altro elemento locutorio è il dato di fatto che la guerra è diventata sempre più ibrida, richiedendo sia eserciti numerosi e addestrati a battaglie tradizionali, sia contingenti addestrati all’uso di tecnologie digitali, robotiche e perfino a modalità non convenzionali.

«Se guardiamo l’Ucraina, che prendo come esempio, vi è un mix di guerra antica – le trincee che avevamo completamente dimenticato, i campi minati, i rotoli di filo spinato, il fango – e poi c’è il futuro, la guerra cibernetica, la guerra spaziale: ci sono i droni e tutte le loro varianti, c’è la disinformazione, la guerra delle menti. La mente nostra, dei militari e dei civili, è diventata ormai parte del campo di battaglia» [xi].

Risultano invece illocutorie le parti del suo discorso in cui egli si propone specifiche funzioni (denuncia, stimolo, richiamo ai doveri dei militari ma anche al superamento di un modello gerarchico-burocratico pesante e poco efficiente). Ne riporto di seguito due esempi:

«Però non si può fermare l’evoluzione positiva di un’organizzazione per il rischio personale, non mi interessa il destino di ognuno, non mi interessa la carriera del singolo, mi interessa l’organizzazione che deve cambiare. Lo dico per il bene dell’Esercito lo dico per il bene dei nostri soldati e delle loro famiglie […] Non fatevi criticare, che l’esercito italiano non è pronto per questi scenari. Nessun esercito è pronto per questi scenari! tutti si erano concentrati su queste famose operazioni di sostegno alla pace, tutti guardavano a quegli scenari, nessuno ha avuto la visione di capire quello che stava succedendo. Era comodo fare operazioni di sostegno alla pace, in primis perché costano di meno».[xii]

Sono infine evidenti – e numerosi – anche gli aspetti perlocutori, miranti a produrre sugli ascoltatori effetti sul piano emotivo (indignazione, insofferenza per la diminutio dell’arma di terra, fiducia nel nuovo leader, apertura mentale ad un futuro meno burocratico e più attivistico). Di seguito alcuni passi che mi sembrano andare in quel senso.

«…alla reattività si deve affiancare la proattività. Perché se ci limitiamo a reagire, fra 15-20 anni qualcuno di voi che sarà il mio posto avrà gli stessi problemi che io ho adesso, perché sarà cambiato lo scenario e non lo avremo previsto, perché ci saremo concentrati sulla reazione a quello che sta succedendo […] Queste regole, questi valori sono sulle nostre stellette. Le portiamo sul bavero, e sono quelli che ci rendono uniti, sono la nostra forza, sono quelli che fanno la differenza fra la nostra istituzione e un’organizzazione. Sono quelli per i quali quando si è in una crisi quando il paese è in difficoltà, sentite dire “chiamate l’esercito”, non dimenticatelo mai. […] Non tollerate che vengano messe in discussione le nostre regole, sono la garanzia della nostra essenza e della nostra sopravvivenza […] Non servono leader e comandanti che si servono dei propri uomini. Servono leader e comandanti che servono i propri uomini».[xiii]

Concludo con qualche osservazione sul senso di tali esternazioni, solitamente non consentite a coloro che, tradizionalmente, sono stati “usi obbedir tacendo e tacendo morir”. In primo luogo sfaterei la diffusa sensazione che il discorso del generale Masiello costituisca un caso unico di fuoruscita dal recinto del politicamente corretto dove sarebbero stati confinati i militari. In realtà da decenni la voce degli esponenti delle forze armate risuona con toni critici verso le scelte della politica. La differenza è che, se prima si trattava di manifestazioni di scontento relegate in documenti ufficiali, ‘interni’, o in illegibili libri bianchi della Difesa, in questo caso il clamore è stato mediatico. Uno scalpore suscitato, inoltre, dal fatto che la requisitoria contro l’immobilismo della politica proviene da un vertice in carica e non un generale transitato alla politica, come nel caso del gen. Vannacci.

In secondo luogo, come esponente di uno storico movimento pacifista, devo notare che il gen. Masiello ha esplicitato, senza dubbio in modo plateale, ciò che stava già avvenendo sotto i nostri occhi, ma senza suscitare particolari reazioni nell’universo c.d. progressista. Se è innegabile che negli ultimi anni, ed in particolare all’Esercito, sono state attribuite funzioni estranee alla sua natura, è altrettanto vero che ciò risponde ad una strategia politica ben precisa. In precedenti articoli mi ero già soffermato su tale tendenza ‘camaleontica’, che vorrebbe privare le forze armate italiane della loro grinta bellicosa, mediante un restyling che le faccia apparire una struttura rassicurante, al servizio della pace, della sicurezza interna e perfino della protezione civile e ambientale.[xiv]  La continua penetrazione soprattutto dell’esercito nelle nostre realtà sociali e formative è frutto di questo mimetismo subdolo ed opportunista, poco apprezzato però dai generaloni con greca e medaglie.

Ebbene, per chi vorrebbe smilitarizzare la società lo smascheramento del goffo tentativo della politica di ‘civilizzare’ i militari potrebbe essere, tutto sommato, un salutare calcio all’ipocrisia di chi stava cercando di ‘normalizzare’ le forze armate. Fatto sta che la deflagrazione dei conflitti bellici ha cambiato bruscamente gli scenari e non c’è da meravigliarci se quegli equilibri sono saltati, per cui qualcuno ha dovuto ricordarci che “l’esercito è fatto per prepararsi alla guerra”. Forse è proprio vero che, per citare un’espressione evangelica, “oportet ut scandala eveniant”…


Note

[i]  Il testo integrale del discorso è riportato nell’articolo: “L’esercito è fatto per prepararsi alla guerra”. Il discorso del generale Masiello che scuote i militari”, ADNKRONOS, 09.11.2024 https://www.adnkronos.com/cronaca/lesercito-e-fatto-per-prepararsi-alla-guerra-il-discorso-del-generale-masiello-che-scuote-i-militari_2IgF6KxCcHYTieeaHHZNn

[ii] “Il discorso del generale Masiello piace agli esperti militari” , ADNKRONOS, 09.11.2024 https://www.adnkronos.com/cronaca/lesercito-e-fatto-per-prepararsi-alla-guerra-generali-daccordo-con-capo-sme-masiello_3Etg6pLo6FaMD8sJoNILo5?refresh_ce

[iii] Ibidem

[iv] Ibidem

[v]  Paola GIORGIS (2015), “Analisi critica del discorso (Critical Discourse Analysis – CDA)”, Center for Intercultural Dialogue, No. 51 https://centerforinterculturaldialogue.org/wp-content/uploads/2016/07/kc51-cda_italian.pdf . Vedi anche: Giuseppe MANTOVANI (2008), Analisi del discorso e contesto sociale – Teorie, metodi e applicazioni, Bologna, il Mulino

[vi] Ermete FERRARO (2022), Grammatica ecopacifista – Ecolinguistica e linguaggi di pace, Pisa, Centro Gandhi Edizioni, p.148

[vii] “Innovazioni formali dei futuristi” (2016), Bald Mountain Literature, https://bmliterature.altervista.org/blog/innovazioni-formali-dei-futuristi/  (grassetto mio)

[viii] “Futurismo in letteratura: caratteristiche ed esponenti”, https://udine.unicusano.it/studiare-a-udine/futurismo-in-letteratura/#:~:text=Non%20%C3%A8%20difficile%20comprendere%20che,un%20deciso%20disprezzo%20dei%20sentimenti.

[ix][ix] Filippo Tommaso MARINETTI (1909), Il Manifesto del futurismo. https://archive.org/stream/marinetti-manifesto-del-futurismo-1909/1909%20ansf_op_d_0044_djvu.txt

[x]  Vedi il testo completo, riferito dall’ADN Kronos e citato nella nota 1

[xi]  Ibidem

[xii] Ibidem

[xiii]  Ibidem

[xiv] Cfr a tal proposito, sul mio blog Ermete’s Peacebook: Ermete FERRARO (2020), “Il Militarismo Eterno” ( https://ermetespeacebook.blog/2020/09/20/il-militarismo-eterno/ ) e Idem (2022), “Camaleonti con le stellette” ( https://ermetespeacebook.blog/2022/02/09/camaleonti-con-le-stellette/ )