Alfabeto ecopacifista (A-B-C)

A COME…AUTO-CRAZIA

Abbiamo recentemente appreso che “Napoli è ‘sommersa’ dalle auto, il triplo di Roma e più di Milano” (Il Mattino – 19.08.2021). A renderlo noto è lo stesso Comune di Napoli, la città dove si registrano nientemeno che 4.634 autovetture per km quadrato, vale a dire una ogni due abitanti (anziani e bambini compresi). Con l’aggravante che il 54% di esse risulta anche particolarmente vecchio ed inquinante. Dalla stessa fonte, inoltre, siamo informati che questo assurdo e straripante parco macchine non si distribuisce omogeneamente sul territorio urbano, ma in alcuni quartieri fortemente urbanizzati si arriva all’incredibile quantità di 11 mila veicoli per km quadrato…! Secondo il Piano Urbano di Mobilità Sostenibile (o PUMS), il Comune di Napoli dovrebbe contrastare in modo drastico questa situazione, dimezzando entro il 2025 il numero degli autoveicoli circolanti, o comunque non superando una vettura ogni 3 abitanti, riducendo in tal modo di un quarto le emissioni inquinanti di Co2 e facendo calare del 30% gli spostamenti delle auto private, a vantaggio del trasporto pubblico. Inutile dire, poi, che così si affronterebbero finalmente anche i problemi correlati, dalla mobilità insostenibile, frutto di un traffico impazzito e caotico, alla questione dei parcheggi in aree urbane; dalla riduzione delle vittime degli incidenti stradali all’evidente miglioramento della qualità della vita.Indubbiamente la parola ‘autocrazia’ ha un significato diverso da quello che ho suggerito nel titolo, in quanto evoca l’assolutismo degli imperatori e di altri monarchi assoluti. E’ pur vero che il potere incontrastato e quasi illimitato delle automobili nella nostra società è ben lontano dall’essere stato realmente contrastato, con la conseguenza che l’intero sviluppo urbano è stato sottoposto da oltre mezzo secolo alla dittatura del trasporto privato, termine peraltro poco appropriato visto che, a livello nazionale, si registrava il rapporto di 1,3 persone per auto, il che significa che la stragrande maggioranza degli autoveicoli circolano con il solo conducente a bordo.È impossibile parlare di una Napoli più vivibile e meno inquinata se non si affronta veramente il nodo del degrado urbano e dell’incredibile spreco di risorse – energetiche ed umane – perpetuando un modello di sviluppo antiecologico e causa d’innumerevoli problemi collaterali. L’impegno di un ambientalista per Napoli, quindi, non può prescindere dal passaggio dalle belle dichiarazioni di principio agli atti concreti. Non esiste però mobilità ‘sostenibile’ senza assumere scelte drastiche. Incrementare il trasporto pubblico (ce lo spiegava già una ricerca di ‘European House Ambrosetti’ con F.S italiane) consentirebbe alla nostra città un risparmio di 405 milioni di euro all’anno. Ma soprattutto ci farebbe uscire dalla tirannide di un’auto-crazia che finora non si è voluto davvero combattere, sconfiggendo questa particolare forma di ‘autismo’ per restituire ai Napolitani la loro vera socialità, in parte cancellata da una vita da sardine in scatola.

B…COME BIODIVER-CITTÀ

B Continuando il mio abbecedario ecopacifista, a questa lettera avrei potuto scegliere tante altre possibili parole-chiave, ad esempio ‘benessere’, in senso sociale e collettivo, non solo individuale, oppure ‘bellicosità’, vista la tendenza militarista che pervade la nostra società, ma anche la cultura e la scuola. Ho scelto invece di affrontare brevemente il concetto di ‘BIODIVERCITTÀ’, di cui mi sono occupato da 30 anni. Una delle idee-cardine dell’ecologismo sociale di cui si è fatta portatrice l’associazione V.A.S. (Verdi Ambiente e Società- www.vascampania.net ) in Campania ed a Napoli, infatti, è stata proprio la salvaguardia di uno dei principali valori della protezione ambientale, appunto la ‘biodiversità’, dall’aggressione di un modello di sviluppo che ne minaccia i delicati equilibri. Ovviamente V.A.S. non è stata l’unica organizzazione ambientalista a porre al centro della propria azione la difesa della diversità biologica, ma lo ha fatto sicuramente con una particolare attenzione alla biodiversità urbana e non solo a quella propriamente ‘naturalistica’.Essa, infatti, è stata – grazie allo stimolo di un grande ecologista come Antonio D’Acunto – promotrice a Napoli di ben 5 edizioni della “Festa VAS della Biodiversità’ e della Rete associativa che ha proposto, sostenuto e difeso quella ‘Civiltà del Sole e della Biodiversità’ di cui è stato il frutto travagliato la legge regionale n. 1/2013, nata come proposta di legge popolare ed approvata all’unanimità dal Consiglio Regionale della Campania.L’obiettivo – come scrivevo in un articolo proprio in quell’anno – era e resta quello di accrescere “la consapevolezza dei cittadini nei confronti di un modello alternativo di sviluppo e di città, in cui le risorse naturali ed il territorio stesso siano al centro di una pianificazione energetica e produttiva attenta ai bisogni umani ma anche agli equilibri ecologici”. (https://ermetespeacebook.blog/…/biodiver-citta-un…/ ).La conoscenza e valorizzazione della biodiversità come valore non negoziabile, infatti, va di pari passo con la necessaria diffusione di un modello energetico in cui il sole e le altre fonti energetiche rinnovabili diventino il motore d’uno sviluppo democratico, equo ed autocentrato, opposto a quello centralizzato dei potentati economici e dei monopoli commerciali. Ecco perché è importante avere una prospettiva non solo emergenziale (puntando solo a diminuire l’inquinamento e a tutelare il patrimonio naturalistico di un territorio), ma di più ampio respiro. Attenuare gli effetti nocivi per il clima e la vivibilità umana dei fattori che li minacciano non è sufficiente e rischia di contrabbandare come ‘sostenibilità’ una visione che si limita ad adattare la nostra esistenza al degrado ambientale, lasciandone inalterate le cause e gran parte degli effetti. Anche la biodiversità urbana, in tal senso, va riconosciuta e protetta, non dando per scontato che la città sia di per sé la negazione dei valori ambientali. Ciò è tanto più vero se si tratta di conurbazioni dove, da molti anni, il patrimonio arboreo in particolare purtroppo si è ridotto notevolmente ed ogni accenno di ‘naturalità’ viene quasi considerata una minaccia da estirpare…Eppure Napoli è ancora uno scrigno di valori ambientali, da quelli relativi alla biodiversità marina del suo Golfo (di cui è storica ed autorevole testimone la Stazione Zoologica ‘Anton Dhorn’) a quelli delle aree verdi collinari, che giustamente D’Acunto propose di raccordare in un’unica ‘green belt’ cittadina. Ci sono poi perle come l’Orto Botanico ed i parchi urbani, dalla Villa Comunale a quello dei Camaldoli, ed una serie di giardini e parchi di quartiere. Ma non dimentichiamo che Napoli, pur con una densità abitativa esorbitante, custodisce perfino nel suo centro antico centinaia di preziosi giardini storici, spesso invisibili, dimenticati o colpevolmente trascurati, come il vecchio Cimitero degli Inglesi o quelli all’interno dei nobili palazzi settecenteschi. Ebbene, un’organizzazione internazionale ha da molto tempo proposto di valutare anche questo trascurato patrimonio con uno strumento adeguato, chiamato ‘indice di biodiversità urbana’. Come scrivevo nel documento citato: “Si tratta di tener conto di una ventina d’indicatori socio-ambientali, per monitorare lo stato di biodiversità urbana di una città e per impostare un progetto che possa invertire la tendenza alla sua scomparsa, promuovendo azioni di recupero e valorizzazione delle preziose risorse ambientali di cui, quasi sempre, i cittadini non sono neppure consapevoli. Ci sono ovviamente alcuni parametri strettamente scientifici da considerare, come il rapporto tra le residue aree naturali ed il totale della superficie urbana, oppure il censimento delle specie di uccelli ancora presenti, o anche della presenza di specie arboree aliene di tipo invasivo. Sono però presenti però anche altri importanti parametri di valutazione di tipo socio-culturale, fra cui la presenza in città di servizi ricreativi ed educativi, il finanziamento di progetti formativi specifici e, non ultima, la capacità dell’amministrazione di promuovere un’effettiva partecipazione e cooperazione da parte dei propri cittadini”.Un programma politico per Napoli, quindi, dovrebbe necessariamente tener conto anche di questo tipo di parametri ambientali, per uscire dalla logica antropocentrica che considera lo sviluppo urbano solo in termini economicisti e tecnologici, ma considerando anche che il benessere dei cittadini non può prescindere dalla salvaguardia di un patrimonio naturalistico essenziale per la loro salute fisica e mentale. Naturalizzare le città anziché urbanizzare e cementificare ogni spazio urbano residuo resta quindi l’unica strada per restituire a Napoli la sua meravigliosa realtà ambientale, uscendo così dal tunnel di un falso sviluppo, fondamentalmente iniquo e sicuramente antiecologico.

C COME…CASE VS CASERME

Continuando il discorso, dopo aver accennato a due questioni particolarmente rilevanti per restituire a Napoli un migliore livello di vivibilità, dopo la A di ‘auto-crazia’ e la B di ‘biodiver-città’, il mio ‘beabbà’ programmatico porta alla C, lettera particolarmente prolifica di parole-chiave su cui soffermarsi. In questo caso, ho deciso di trattare uno dei concetti basilari per una convivenza civile, cioè la CASA. Come la suprema Corte ha sentenziato già nel 1988, infatti: “Il diritto all’abitazione rientra infatti, fra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione” (Corte cost., sent. n. 217 del 1988), e quindi il problema basilare per ogni cittadino/a è poter accedere ad un’abitazione dignitosa per sé e la propria famiglia. Peccato che questo sia uno dei diritti meno garantiti nel nostro Paese, con alcune carenze davvero macroscopiche soprattutto in alcune aree territoriali. Napoli e la sua conurbazione metropolitana non fanno certo eccezione, anzi le ataviche carenze abitative della nostra città sono state ulteriormente aggravate da elementi aggiuntivi, come ad esempio l’emergenza Covid e l’immissione di cittadini non italiani, regolari e non, in un mercato immobiliare ampiamente speculativo.Pochi si rendono conto che non avere un tetto sicuro sopra la testa non è solo un grave problema esistenziale, ma anche la causa di altri diritti negati, in quanto riservati ai residenti regolari. «A Napoli il bisogno abitativo diventa in alcuni casi vera e propria emergenza. Il nostro contesto è caratterizzato da un’offerta di alloggi ridotta, un diffuso mercato immobiliare informale e bassi standard qualitativi. Le persone subiscono l’esclusione dalla residenza sia a causa di comportamenti e prassi illegittime, perché in contrasto con le leggi costituzionali, sia per l’esistenza di norme profondamente discriminanti. Con la campagna #DirittiInGiacenza portiamo alla luce un problema volutamente sommerso e sottovalutato. Ancora troppe persone in Italia, in particolare di origine straniera, non hanno accesso ai diritti primari. Chiediamo di garantire l’iscrizione anagrafica senza discriminazioni», spiega Daniela Capalbo, referente per ActionAid a Napoli (https://www.ilmattino.it/…/napoli_emergenza_sommersa… ). L’emergenza abitativa, comunque, non riguarda solo le frange più marginali della popolazione, fra cui disoccupati e stranieri, ma resta un problema anche per chi un lavoro ce l’ha e non ha impedimenti legali. Mentre, infatti, si registrano dai giornali di settore oltre 1800 abitazioni private offerte in fitto e moltissimi altri appartamenti restano da molti anni sfitti e desolatamente vuoti (nel 2016 erano l’11% del totale), la sete di case a Napoli è ancora molto rilevante, costringendo tanti ad ‘arrangiarsi’ in qualche modo ed alimentando fitti in nero e diffuse pratiche di abusivismo edilizio. Un’amministrazione cittadina che voglia essere coerente con le proprie priorità (che non sono certo quella di autorizzate o tollerare il proliferare di B&B e case-vacanze…) dovrebbe decidersi ad investire le risorse disponibili in tale direzione, semplificando procedure per la realizzazione ed assegnazione di case popolari, scovando prioritariamente chi evade il pagamento di una delle poche imposte comunali, cioè l’IMU, ed utilizzando meglio il proprio patrimonio immobiliare, la cui dismissione resta affidata ad alcune aste periodiche. Eppure, nella nostra città, capita che le CASERME sembrino interessare quasi più che le CASE. Da una ricerca su internet, infatti, emerge che Napoli ospita non meno di 73 caserme ed edifici militari, alcune delle quali vuote e inutilizzate. Per esse, addirittura, il Ministero della Difesa ha previsto un investimento rilevante per realizzare il pretenzioso ed occhieggiante progetto ‘Caserme Verdi’, presentato in pompa magna dalle massime autorità militari e civili nel 2019 proprio a Napoli. «Nel proprio intervento, il Generale Farina ha evidenziato l’importanza di ammodernamento del parco infrastrutturale attraverso la realizzazione di basi militari di nuova generazione, che risultino efficienti, funzionali, ispirate a criteri costruttivi innovativi con basso impatto ambientale (in linea con l’attenzione nazionale e internazionale verso l’attuazione di green policy) e ridotti costi di manutenzione, necessari sia per la sicurezza e il benessere dei soldati sia per aumentare l’integrazione sociale attraverso l’apertura di strutture ricreative anche alla popolazione civile residente nelle zone contermini». (http://www.esercito.difesa.it/…/Presentato-a-Napoli-il… ). Ebbene, allora qualcuno pensò bene di ‘premiare’ Napoli con un finanziamento ad hoc per trasformare la vecchia Caserma ‘Bixio’ di Pizzofalcone in un ampliamento della storica accademia ‘Nunziatella’, con l’idea di stabilire nella nostra ‘città di pace’ nientemeno una scuola militare (cioè di guerra) di livello europeo. Da allora è nato e si è sviluppato il progetto “Napoli Città di Pace”, per contrastare questa decisione assurda e per proporre altri passaggi ad usi civili e collettivi di immobili destinati ai militari. (Vedi: https://anticapitalista.org/…/no-alla-scuola-di-guerra…/ ).“Case, non caserme” era un vecchio slogan antimilitarista, ma non sembra proprio che sia da accantonare come desueto, se non si registra una vera svolta per ridare senso alla parola ‘pace’, che non è un concetto astratto e moralistico, ma l’opposto di una visione bellicista e militarista, in nome del rispetto dei diritti sociali e per realizzare una difesa alternativa, civile popolare e nonviolenta.

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