RICONCILI-AZIONI

    Le parole per dirlo…

Far parte di un Movimento che porta nella sua ragione sociale la parola riconciliazione non è come aderire ad una qualsiasi organizzazione genericamente pacifista. Ma diciamo la verità: questo termine resta non molto familiare alla cultura cattolica, pur riferendosi ad un concetto genuinamente evangelico. Infatti, l’I.F.O.R. (International Fellowship of Reconciliation) fu ispirata già nel 1914 – e fondata ufficialmente nel 1918, dopo la carneficina della prima guerra mondiale – da appartenenti alla cultura protestante, in particolare all’ambiente del pacifismo di matrice quacchera, a sua volta derivante dalla corrente calvinista-puritana. [i]  

‘Riconciliazione’, linguisticamente parlando, è comunque un significante che racchiude varie sfumature di significato. Trattandosi di un termine appartenente alla dottrina ebraico-cristiana, bisogna perciò risalire ai vocaboli originari ed alla loro evoluzione semantica. Il concetto di ‘riconciliazione’ ricorre nella Bibbia otto volte: cinque nell’Antico Testamento (la Tanach degli Ebrei) e tre nel Nuovo. Nel primo caso lo troviamo nel Levitico, nel II libro delle Cronache e tre volte nei libri profetici (due in Ezechiele ed una in Daniele) [ii], espresso in lingua ebraica tre volte da כָּפַר (kafar) e due da חָטָא (chatà). Il primo vocabolo è una radice primitiva, che indicava letteralmente l’azione di ‘ricoprire’ (ad es. una strada col bitume) e in senso traslato quella di ‘perdonare’, ‘condonare’, ‘annullare’, ‘cancellare’ etc. Il secondo si riferiva ad azioni simili, come quella di ‘purificare’, ‘sopportare una perdita’, ‘espiare’, pur designando anche concetti come ‘sbagliare’ o ‘commettere peccato’. [iii]  

Nella versione originale del Nuovo Testamento, in lingua greca questo concetto ricorre tre volte ed è utilizzato solo nelle Epistole: due voltenella II Lettera ai Corinzi ed una nella Lettera ai Romani. Il vocabolo utilizzato da Saul/Paolo di Tarso è καταλλαγ (katallaghé) ed il relativo verbo καταλλάσσω (katallàsso), il cui significato letterale aveva a che fare con lo scambio commerciale, il cambio di monete, mentre in senso traslato indicava azioni come: ‘riconciliare qcn.’, ‘tornare nel favore di qcn.’, ‘essere riconciliato con qcn.’. Esso a sua volta derivava dal verbo allàsso’ – preceduto dal prefisso preposizionale katà – che significava ‘trasformare’, ‘scambiare’, ‘rendere altro’ (àllos, -e, -on).

Ma è nella traduzione in lingua latina dell’intera Bibbia – la Vulgata di san Girolamo cui sono ispirate le versioni successive – che compare la parola reconciliatio, alla base dei vocaboli attualmente usati, con poche varianti, negli idiomi neolatini (réconciliation, riconciliazione, reconciliaciòn, reconciliação, reconciliere…) ed anche in lingua inglese (reconciliation), laddove in tedesco è stato utilizzato Versöhnung, la cui radice Sühne rinvia al concetto di ‘espiazione’. [iv]In arabo il vocabolo-nome adoperato è توفيق (tawfiq, da una radice semitica che significa accettazione, conciliazione), mentre in hindi abbiamo सुलह (sulah, derivante dalla radice persiano-araba che indicava la pace, l’accordo).

Se dal verbo latino reconciliare – che traduceva nella lingua dell’impero romano il kafàr ebraico ed il greco katallàsso – scorporiamo i due morfemi modificanti (cioè i prefissi preposizionali re = di nuovo e cum = insieme) ed il suffisso verbale -are, resta come cuore della parola il lessema -cili. Non tutti i dizionari etimologici concordano sul suo significato, attribuendolo ora ad antiche radici verbali (cillo /cilleo/cello), a loro volta derivanti dal greco kéllo (= muovere, spingere), oppure da kaléo (= chiamare). Nel primo caso ‘riconciliare’ significherebbe ‘spingere di nuovo insieme’; nel secondo ‘ri-chiamare insieme’, con una sfumatura semantica che introduce comunque il ruolo d’un mediatore/conciliatore. Da questa divagazione etimologica mi sembra che emergano tre considerazioni:

(a) il concetto ebraico-veterotestamentario di ‘riconciliazione’ (kafàr/chatà) ha sicuramente a che fare col per-dono / con-dono delle azioni negative che hanno ferito una o tutte le parti in causa di un conflitto, grazie alla decisione di cancellare/ricoprire/azzerare quelle situazioni dolorose, senza escludere la espiazione del male provocato;

(b) nell’analogo concetto greco-neotestamentario compare un concetto nuovo: quello di trasformazione/scambio reciproco, nel senso di superamento di una situazione conflittuale cercando un punto d’intesa ‘altro’, del tutto nuovo;

(c) la versione latina non traduce alla lettera né il vocabolo ellenico né il suo antecedente semitico ed introduce altri elementi. Emerge il ruolo di chi svolge la mediazione fra le parti in conflitto (limitandosi a ‘chiamarle’ o ‘spingendole’ ad un dialogo), ma bisogna tener conto anche del fatto che il prefisso latino re-, infatti, ha un significato un po’ ambiguo, in quanto “esprime per lo più il ripetersi di un’azione nello stesso senso o in senso contrario” [v]. Nel primo caso il risultato della mediazione porterebbe al ripristino d’una situazione pre-conflittuale (e quindi ad un ritorno al passato), mentre nel secondo condurrebbe ad una soluzione contraria se non opposta, comunque diversa e quindi nuova.

Ma che cosa intendiamo esattamente, oggi, con questa parola? Secondo il dizionario di Repubblica, è definibile come: “Azione, risultato e modo del riconciliare o del riconciliarsi […] SIN. Rappacificazione” [vi]. Molto simile anche la definizione del Dizionario Garzanti: “1. il riconciliare, il riconciliarsi, l’essere riconciliato; rappacificazione [+ con]” [vii]e quella del Corriere: “1.Ripresa di rapporti buoni o corretti dopo un litigio o una fase di distacco SIN rappacificazione; fine delle ostilità militari, politiche, ideologiche ecc. fra componenti diverse di una nazione: politica di r.” [viii]. Non dissimili le spiegazioni fornite da Treccani (“1. rimettere d’accordo, far tornare in pace o in buona armonia…”), Hoepli (“1. conciliare di nuovo, mettere d’accordo, rappacificare…”) e Garzanti linguistica (“1. rimettere d’accordo, far tornare in buona armonia; rappacificare [+ con]”. [ix]  per quanto riguarda altre lingue, non fornisce maggiori approfondimenti la consultazione del francese Larousse (“Action de réconcilier des adversaires, des gens fâchés entre eux; fait de se réconcilier…[x]  né degli inglesi Merrian-Webster (“to restore to friendship or harmony…” [xi] e Cambridge (“a situation in which two people or groups of people become friendly again after they have argued…”. [xii]

In tutti i casi, infatti, la ‘riconciliazione’ è definita come un’azione (come è evidente dal suo stesso suffisso), il cui fine sarebbe: (a) ri-prendere rapporti corretti, (b) rap-pacificare soggetti in conflitto, (c) far tornare l’armonia perduta, (d) ri-pristinare rapporti amichevoli dopo una lite. Torna insistentemente – come nel lemma originario – quel prefisso re- che sottintende una ripetizione, un ritorno ad una situazione di partenza o comunque il rinnovamento d’uno stato precedente.

Ma è davvero questo il significato di ‘riconciliazione’ e del suo abituale sinonimo ‘rappacificazione’? Si tratta di promuovere atteggiamenti e comportamenti che facciano tornare soggetti in conflitto a precedenti rapporti di amicizia ed accordo (il latino pax, oltre a ricordarci la parola italiana ‘patto’rinvia all’antica radice sanscrita *paç /pak/pag, che significava: legare, unire, saldare, accordare), oppure la ‘riconciliazione’ dovrebbe essere qualcosa di diverso e di più profondo?

‘Riconciliare’ e ‘riconciliarsi’, in definitiva, vuol dire fare dei passi indietro, verso un teorico passato migliore da ripristinare, oppure significa darsi una prospettiva del tutto nuova, originale e che punta al futuro?

 Riconciliar… e organizzar

Una buona spiegazione del termine ‘riconciliazione’ e dei significati che trasmette è stata proposta da Enrico Peyretti, filosofo-teologo e noto ricercatore per la pace italiano:  

«Una riconciliazione è vera se avviene su base di verità (riconoscimento dei fatti) e di giustizia (riconoscimento dei diritti) […] Una semplice pace (pax = patto) non è detto che sia riconciliazione; può essere solo una transazione che spartisce vantaggi e svantaggi, per la riduzione del danno […] oppure può essere l’imposizione della volontà del vincitore sul vinto, quindi un atto violento che sancisce la disparità delle forze […] L’idea stessa di riconciliazione contiene una speranza, il ricupero di una conciliazione che c’è stata e si è incrinata, o perduta […] Riconciliarsi è incontrarsi di nuovo.  Una vera riconciliazione è un orizzonte grande, è la ri-umanizzazione reciproca, negata dal rapporto di ostilità […] Una vera riconciliazione implica il perdono…cioè il consapevole superamento dell’ostilità, dell’odio, dei sentimenti distruttivi, delle immagini negative, cioè una trasformazione nonviolenta del conflitto». [xiii] 

Le parole-chiave emergenti sono: verità, giustizia, speranza, recupero, incontro, perdono e trasformazione. Alcune di esse guardano al passato (re-cupero di ciò che si è perduto, ri-stabilimento della verità, per-dono dei debiti…); altre puntano al momento presente (in-contro); altre mirano invece ad una prospettiva futura (speranza nel senso etimologico di ‘tendere verso’,  tras-formazione con modalità innovative del conflitto). 

Da questa prima considerazione capiamo che il processo di riconciliazione è un albero che affonda le proprie radici nel passato conflittuale, sviluppa il proprio fusto nel presente dell’incontro e del dialogo, ma protende i suoi rami verso il futuro di soluzioni alternative e del tutto nuove. Non sempre, quindi, riconciliare vuol dire ripristinare le relazioni precedenti, dando per scontato che fino all’emergere di uno scontro diretto sussistesse un rapporto ottimale. Dovremmo piuttosto analizzare gli elementi del conflitto (soggetti, interessi e valori in contrapposizione, ma anche contesti, cause e dinamiche relative), alla ricerca di soluzioni che non siano distruttive e violente, ma costruttive ed in-nocenti.

La riconciliazione comporta tre aspetti inscindibili, che integrano le dimensioni temporali in un processo dinamico e creativo: (1) analisi critica e autocritica delle esperienze passate negative; (2) sforzo di comprensione empatica, per cercare insieme e nel presente, un punto d’incontro e di mediazione; (3) esplorazione di atteggiamenti e comportamenti alternativi, per superare anche in futuro i possibili conflitti, senza nasconderli sotto il tappeto o esorcizzarli moralisticamente.

«Il problema dunque non è il sorgere del conflitto ma l’affrontarlo come un problema condiviso. […] Le fonti del conflitto sono le seguenti: gli interessi (ciò che noi vogliamo e ciò che loro vogliono),  i valori (come la realtà dovrebbe essere per noi e per loro e come noi crediamo e loro credono sia), le emozioni (cosa noi sentiamo e loro sentono), le identità (chi siamo noi e chi sono loro specie in quanto appartenenti a dati gruppi sociali)». [xiv]

Si comprende che un processo così articolato – come qualsiasi aspetto di un percorso di nonviolenza attiva – richiede tempo, preparazione adeguata e, talvolta, l’intervento di mediatori esterni.  Mi riferisco a ruoli non necessariamente professionali (sebbene nella nostra realtà sociale esistano già figure riconosciute di mediatori, ad es. quelli linguistici, culturali o familiari), ma svolti comunque da soggetti qualificati ad una funzione così delicata, che richiede competenze specifiche e tecniche adeguate.

Formazione, addestramento e organizzazione sono dunque indispensabili, ma è auspicabile che la conoscenza dei principi della nonviolenza e delle tecniche di risoluzione alternativa dei conflitti diventino un patrimonio sempre più comune e diffuso, introducendo riflessioni ed esperienze in tal senso già nel curricolo scolastico di base. È ciò che sta facendo da anni il gruppo di lavoro che, partendo dalle teorie sul superamento dei conflitti elaborate dal ricercatore per la pace norvegese Johan Galtung, porta nelle scuole di quel paese alcune applicazioni specifiche del metodo Trascend , applicabili in particolare ai micro-conflitti [xv], diffondendole un po’ dovunque.

Resta il problema che la riconciliazione non è intesa da tutti allo stesso modo perché, se è vero che oggi siamo più consapevoli degli svariati approcci ad essa, solo alcuni di essi sono stati effettivamente praticati, come spiega lo stesso Galtung.

«Quando la parte in conflitto A fa violenza alla parte in conflitto B, entrambe risultano traumatizzate: la seconda dal male subìto, la prima dalla colpa di averlo causato. Le emozioni sono profonde. Lo scopo della riconciliazione è la guarigione delle ferite e la chiusura del conflitto, cosicché le parti siano meno traumatizzate e possano vivere insieme […] Scorrendo la lista degli approcci alla riconciliazione, ci accorgiamo immediatamente della tentazione di vedere il conflitto in termini di una singola causa, i cattivi attori, e la riconciliazione in termini di un solo approccio: quello giuridico-punitivo […] Un’altra forma è la risoluzione congiunta del conflitto, discutendo insieme la calamità che ha colpito tutti e progettando precorsi per prevenirne una ripetizione in futuro. Se questo approccio sarà attivato sia a livello delle élites, sia a livello popolare, sarà molto potente. Ma il meglio è ovviamente che il vincitore e lo sconfitto si mettano insieme per produrre una reale trasformazione del conflitto di base…». [xvi]

Utilizzando un linguaggio medico, potremmo dire che, sebbene il fine prevalente della riconciliazione sia la terapia, qui e ora, dei traumi causati da un conflitto, è comunque indispensabile partire da una sua anamnesi, risalendo retrospettivamente ai moventi materiali e psicologici che l’hanno causato. C’è bisogno però di cercare anche  le indicazioni da trarre per il futuro dall’esperienza conflittuale passata e delle modalità di cura nel presente, per la prevenzione di altre contrapposizioni violente e distruttive.

La scuola potrebbe diventare il luogo dove iniziare subito ad affrontare i conflitti in modo alternativo, almeno a livello interpersonale e comunitario. Nel nostro contesto socio-culturale dobbiamo però registrare che: (a) le competenze specifiche sono ancora poco diffuse; (b) la scarsa diffusione di solidi presupposti teorici spesso dipende dalla mancanza di occasioni di formazione degli operatori; (c) alcune esperienze già realizzate nelle nostre scuole sono state comunque poco condivise e pubblicizzate.

Succede anche per altri approcci alternativi ai conflitti, come ad esempio il metodo di ‘comunicazione nonviolenta’ (C.N.V.) ideato dallo psicologo statunitense Marshall B. Rosemberg, di cui un solo centro specializzato si è fatto specificamente portatore e sperimentatore nel nostro Paese. [xvii]  Il processo di riconciliazione, viceversa, ha molto a che fare con un approccio psicologico alle situazioni conflittuali che liberi la comunicazione dalle incrostazioni di condizionamenti linguistici e mentali (stereotipi culturali, frasi fatte, espressioni che feriscono…), per facilitare lo scambio d’idee, la comprensione reciproca e lo sviluppo di competenze linguistiche improntate ad una vera ‘grammatica della pace’. [xviii]

Bisogna dunque uscire dall’equivoco che la riconciliazione sia soltanto un imperativo etico o un auspicabile atteggiamento di benevolenza e perdono. Per questo ed altri aspetti della nonviolenza, per dirla con don Tonino Bello, dobbiamo allora “organizzare la speranza”.

Riconciliazioni… per ‘fare’ pace

Nella nostra abituale logica binaria, se la proposizione A è vera, quella non-A è sicuramente falsa, poiché ‘tertium non datur’.  Perfino quando si parla di ‘pace’ e ‘riconciliazione’ si contrappongono in modo rigido le tesi di chi li ritiene o solo principi morali cui ispirarsi (e quindi fini), oppure solo metodi di azione (e quindi mezzi). Questo approccio andrebbe però superato,  per giungere a una sintesi che superi le antinomie e ricerchi impostazioni non esclusive a priori. La stessa ‘pace’è sia il fine da raggiungere sia il mezzo per conseguirlo, mantenendo la coerenza tra i due. Per citare Aldo Capitini:

«Nella grossa questione del rapporto tra il mezzo e il fine, la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore, il fine dell’onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso la vecchia legge di effetto tanto instabile: “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, ma attraverso un’altra legge: “Durante la pace, prepara la pace”». [xix]

Questo richiamo a ‘preparare’ la pace ci ammonisce a non fermarci alla visione idealistica di chi la ritiene solo un ‘dono’ del cielo, ma a darci da fare per realizzare, cioè rendere reale pratico ed attuale, quell’ideale di vita. Lo stesso Vangelo (Mt 5:9) ci esorta a diventare εἰρηνοποιοί (eirenopoiòi), letteralmente facitori di pace, costruttori di pace, non semplici ‘amanti della pace’.  Ma per costruire la pace nel suo complesso, e specificamente la riconciliazione, abbiamo bisogno di metodi e tecniche opportune, che vanno apprese, interiorizzate, ma soprattutto applicate nella pratica quotidiana con un opportuno addestramento. Come affermava Peyretti, allora, bisogna abbandonare la logica binaria della contrapposizione, che blocca la comunicazione, per introdurre una relazione ‘ternaria’, in cui il ruolo del mediatore faciliti la comprensione e la cooperazione, altrimenti bloccate dall’ostilità reciproca. La riconciliazione, come altri aspetti della trasformazione nonviolenta del conflitto, apre infatti uno “spazio di ri-creazione”, dove le ferite alla relazione possano essere curate e la comunicazione possa essere ripristinata.Johan Galtung ha spiegato che:

«Un conflitto è una ragione di per sé sufficiente per essere preso seriamente in considerazione. Le persone stanno già soffrendo. Inoltre un conflitto è un invito alle parti in causa, alla società e al mondo intero ad andare avanti, affrontando di petto la sfida costituita dalle questioni sul tappeto, con un atteggiamento di empatia (verso tutte le parti), nonviolenza (anche per impedire lo sviluppo di meta-conflitti) e creatività (per trovare vie d’uscita).  Il compito è trasformare il conflitto, verso l’alto, positivamente, trovando obiettivi stimolanti per ogni parte coinvolta, modi fantasiosi per combinarli, il tutto senza violenza. È l’incapacità di trasformare i conflitti che porta alla violenza. Ogni atto di violenza può essere considerato come un monumento a tale incapacità degli esseri umani…».[xx]

La riconciliazione – secondo lo schema proposto da Galtung – riguarda la dimensione temporale successiva allo svilupparsi della violenza in un conflitto, e viene dopo la sua risoluzione e la ricostruzione di un rapporto. Riconciliarsi, insomma, è la tappa finale di un lungo percorso di pacificazione, che inizia con la prevenzione della violenza, si basa sulla mediazione nonviolenta tra le parti in conflitto per trasformarlo nonviolentemente e si conclude creando relazioni nuove mediante interventi di riabilitazione. Ma la riconciliazione può essere anche intesa, più in generale, proprio come quell’impostazione empatica, nonviolenta e creativa che attiva e realizza il processo di pace.

Una formazione precoce in tal senso è legata ad esperienze di educazione alla pace e alla nonviolenza da realizzare in famiglia ed a scuola. Formare bambini e ragazzi a riconoscere i conflitti e ad affrontarli in modo alternativo, cercando soluzioni che li ‘trascendano’, sarebbe il modo migliore per prevenire conflittualità violente e distruttive e per sperimentare metodi alternativi e creativi. Il manuale prodotto sulla base di quelle proposte da Galtung – ora tradotto anche in italiano – è un ottimo esempio di come insegnare ai più piccoli che ‘facciamo pace’ non è solo un buon proposito, ma un percorso da apprendere e sperimentare in prima persona, qui e ora.

«Quando si parla di SABONA si intende sia il progetto di trasformazione dei conflitti legato alla scuola e chi lo porta avanti, sia la metodologia, ossia i 7 strumenti mutuati dal metodo TRASCEND…[che] fornisce una vastissima serie di strumenti analitici e pratici per la trasformazione del conflitto, ossia per il cambiamento, offrendo soluzioni valide e creative a problemi che sembrano insormontabili. […] Trasformare i conflitti richiede la trasformazione della situazione che include e trascende i bisogni e gli obiettivi di tutte le parti […] per identificare gli obiettivi legittimi, i bisogni umani fondamentali e per arrivare a creare ponti tra obiettivi incompatibili, a vantaggio di una vera sicurezza, del rispetto, della dignità, dell’identità». [xxi]

Superare la conflittualità, quindi, significa far emergere obiettivi/finalità che sembrano incompatibili ma anche riconciliare interessi ed atteggiamenti apparentemente inconciliabili, immaginando insieme soluzioni ‘altre’, come suggeriva già l’etimologia del verbo greco katallàsso. Per andare oltre il conflitto, però, è necessario fare alcuni passi avanti. (i) La prima scoperta è che, per bambini e adulti, dietro mezzi e modalità inaccettabili spesso si nascondono obiettivi del tutto legittimi. (ii) Il secondo elemento da mettere in luce è che ad essere incompatibili sono gli obiettivi, non certamente le persone. (iii) Il terzo aspetto è che, se verità e prospettive differenti possono (e spesso devono) coesistere, ciò non significa che tutti i desideri o tutti i metodi siano ugualmente legittimi ed accettabili.

Dati però obiettivi legittimi ed eticamente positivi – tutti quelli che attengono alla dignità di ogni persona, salvaguardandone la vita, la salute, la libertà, l’identità – resta il fatto che spesso i conflitti si scatenano sulla loro conciliabilità con obiettivi legittimi e buoni di altri soggetti. Talvolta, invece, la realizzazione di desideri di per sé accettabili è stata perseguita con mezzi negativi, che ledono valori, interessi e sensibilità altrui. Ecco allora che il gruppo di lavoro ispirato alle teorie di Galtung sulla trasformazione del conflitto ha cercato di sperimentare alcune di queste metodologie nel contesto scolastico, formando insegnanti e alunni a non lasciarsi bloccare dalla distruttività di molte relazioni conflittuali.  

7 passi per ‘trascendere’ il conflitto

Il metodo ‘Sabona’ – espressione mutuata dalla lingua zulu – ha individuato sette metodi operativi per affrontare in modo alternativo e costruttivo i conflitti, applicandoli sperimentalmente alle molteplici relazioni che si sviluppano all’interno del contesto scolastico. Il metodo prevede che alla crisi segua una pausa di elaborazione, utilizzando sette ‘formule’ per riflettere sulla realtà attuale del conflitto e su quella futura, l’ideale.

(1) analisi della incompatibilità dei fini e/o dei mezzi;

(2) netta distinzione tra fini e mezzi;

(3) utilizzazione del triangolo ABC, ai cui ‘angoli’ ci sono: atteggiamenti à comportamenti à contraddizioni;

(4) impiego del c.d. tappeto del riordino, proiettando i conflitti sia sul piano temporale (passato-futuro) sia su quello qualitativo (negativo-positivo);

(5) ricorso allo schema a cinque soluzioni, che supera (trascende) il livello del conflitto passato, marcato dall’antinomia vittoria vs sconfitta, individuando due soluzioni sullo stesso piano passato-presente (‘ritirata’ e ‘compromesso’), ma soprattutto una del tutto nuova e alternativa, proiettata in alto, sul piano del futuro;

(6) utilizzo della scala delle soluzioni (il vero e proprio metodo Trascend) che ipotizza tre livelli operativi: (1) quello di base, dove si fa la ‘mappatura’ del conflitto, individuando le parti in causa ed i loro obiettivi; (2) quello intermedio, nel quale sono ‘legittimati’ sia i fini sia i mezzi; (3) il livello più alto, sul quale si ‘trasferisce’  il conflitto nel futuro, costruendo ‘ponti’ tra gli obiettivi legittimi delle parti in conflitto;

(7) adozione della croce della conciliazione, uno schema che sintetizza gli altri, individuando il settore centrale all’intersezione tra asse verticale (passato negativo à futuro positivo) ed orizzontale (colpa à vergogna) – dove si realizza l’atto della riconciliazione, sciogliendo il doloroso nodo d’una contrapposizione distruttiva per tutte le parti.

«-È raro che una delle parti abbia tutta la colpa […] – L’autore e la vittima vedono la situazione in maniera diversa. – Le incomprensioni succedono. – I dialoghi che mettono ordine sviluppano competenze di vita. – La competenza nella conciliazione crea fiducia. – La conciliazione sta nel chiudere le ferite, curarle e andare avanti… – Il conflitto è relazionale e così deve essere…il metodo di cura.» [xxii]

Non è un caso che questi sette importanti ‘passi’ del percorso per uscire dalla trappola del conflitto con esito negativo culminino nella ricostruzione del rapporto e nella riconciliazione tra parti già antagoniste. Non c’è nessuno che vince o che perde. Il peso della colpa di chi ha ferito trova una cura esattamente come la vergogna di chi è stato ferito. Il negativo del conflitto passato – come negli altri metodi elencati – non è occultato né esorcizzato, ma analizzato per far emergere gli obiettivi reali di ciascuna parte, aprendo le porte ad una loro possibile conciliazione.

Infine, nella ricerca nel presente di una soluzione ‘altra’, nuova, da proiettare nella dimensione futura, non bisogna trascurare timori, dubbi e perplessità delle parti sulle soluzioni diverse. In tal modo sono affrontati, insieme, con spirito empatico e con  sano realismo, i possibili effetti delle scelte congiunte che ci si prepara a fare.

Ovviamente però non basta enunciare dei principi. Dobbiamo applicarli alla vita reale, sperimentare giorno dopo giorno approcci diversi ai conflitti, grandi e piccoli, che tutti noi ci troviamo ad affrontare. Spesso si tratta di prevenirli, riflettendo di più sulla coerenza tra fini da raggiungere e mezzi utilizzati per farlo, ma più spesso ancora bisogna imparare a comunicare evitando la violenza di giudizi, pretese ed espedienti retorici che occultano le vere intenzioni.  È quella educazione linguistica nonviolenta che può aiutarci a non usare le parole per nascondere, dividere e reprimere invece che per chiarire, unire ed esprimersi. È la comunicazione non violenta ed empatica che ci spinge ad osservare i fatti, comprendere i bisogni inespressi e cogliere le richieste, evitando valutazioni, incomprensioni e pretese. La riconciliazione resta il traguardo finale, che ci libera dal peso di relazioni compromesse, curando le ferite lasciate dai conflitti che non siamo riusciti ad evitare né a gestire creativamente. Una terapia che può e deve diventare anche prevenzione, affinché da rimorsi, rimpianti, rinfacci e rimproveri non si sviluppino altri conflitti in futuro.


Note

[i] Vedi: AA. VV., Teoria e pratica della Riconciliazione, Torre dei Nolfi (AQ), Ed. Qualevita, 2008

[ii] Vedi: ‘Reconciliation’ in Blue Letter Bible > https://www.blueletterbible.org/search/search.cfm?Criteria=Reconciliation&t=KJV#s=s_primary_0_1

[iii] Vedi in Blue Letter Bible https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=H3722&t=KJV     e https://www.blueletterbible.org/lang/lexicon/lexicon.cfm?Strongs=H2398&t=KJV

[iv] Vedi: “Versöhnung” in D.W.D.S. > https://www.dwds.de/wb/Vers%C3%B6hnung

[v]  Voce “re-“ in Treccani, Vocabolario online> http://www.treccani.it/vocabolario/re/

[vi] https://dizionari.repubblica.it/Italiano/R/riconciliazione.html

[vii] https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=riconciliazione

[viii] https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/R/riconciliazione.shtml

[ix] https://dict.numerosamente.it/definizione/riconciliare

[x]  https://www.larousse.fr/dictionnaires/francais/r%C3%A9conciliation/67102

[xi] https://www.merriam-webster.com/dictionary/reconciling

[xii] https://dictionary.cambridge.org/dictionary/english/reconciliation

[xiii] Enrico Peyretti, “Appunti sulla nozione di riconciliazione”, in: Teoria e pratica della Riconciliazione, cit., pp. 35-36 (sottolineature mie)

[xiv] Operatori Pace Campania Onlus (a cura di), Guida pratica alla trasformazione dei conflitti, Napoli, 2011

[xv] Una buona sintesi del Metodo ‘Trascend’ ideato da Johan Galtung è: “Transcend-Galtung: mediazione/soluzione di conflitti-1958-2018” (2018) > http://serenoregis.org/2018/11/30/transcend-galtung-mediazione-soluzione-di-conflitti-1958-2018-johan-galtung/  Lo stesso Centro Studi Sereno Regis ha pubblicato la traduzione italiana del manuale (J. Galtung, La trasformazione del conflitto con mezzi pacifici, Torino, 2006), che è possibile anche scaricare dal suo sito al seguente indirizzo > http://serenoregis.wpengine.netdna-cdn.com/wp-content/uploads/2015/12/Johan-Galtung-La-trasformazione-dei-conflitti-con-mezzi-pacifici-web.pdf

[xvi] Galtung, op. cit., pp. 172-173 (sottolineature mie)

[xvii] Il Metodo della C.N.V.® è stato diffuso in Italia attraverso la traduzione delle opere di Marshall B. Rosemberg (in particolare: Comunicare con empatia, Reggio Emilia, Ed. Esserci, 2011 e Le parole sono finestre (oppure muri): introduzione alla comunicazione nonviolenta, Reggio E., Ed. Esserci, 2017) e attraverso altre pubblicazioni , corsi e seminari promosse dallo stesso Centro Esserci Edizioni  > https://www.centroesserci.it/

[xviii] Vedi: Ermete (Hermes)Ferraro, Grammatica di pace. Otto tesi per la educazione linguistica nonviolenta, Torino, Satyagraha, 1984 – ed anche: Ermete Ferraro – Anna de Pasquale, “Una grammatica della pace, per comunicare autenticamente e senza violenza”, in: Raffaello Saffioti (a cura di), Piccoli Comuni fanno grandi cose!  Pisa, Centro Gandhi Edizioni, pp.187-198. Il saggio è scaricabile da: https://ermetespeacebook.blog/2018/02/17/una-grammatica-della-pace-per-comunicare-senza-violenza/

[xix] Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Milano, Feltrinelli, 1967 (Ristampa: edizioni dell’asino, 2009). Su Capitini cfr. anche: Andrea Coppi, “Aldo Capitini, profeta della nonviolenza”, in: Archivio Disarmo > http://www.archiviodisarmo.it/index.php/it/2013-05-08-17-44-50/sistema-informativo-a-schede-sis/sistema-a-schede/finish/62/120 

[xx] Johan Galtung, op. cit., p. 18

[xxi] AA.VV., Sabona – Alla ricerca di buone soluzioni; imparare a risolvere i conflitti (Quad. Satyagraha n. 33), Pisa, Centro Gandhi ed., 2018, pp. 7…10 (sottolineature mie).

[xxii] Ibidem, p. 78

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